Friday, May 2, 2008

La flexicurity e la pigrizia

di Fabrizio Tassinari

Su questo numero della prestigiosa rivista americana Foreign Affairs c’è un articolo a mio parere interessante di Robert Kuttner intitolato “The Copenhagen Consensus”.

Attraverso dati ed interviste a sindacalisti, politici ed industriali danesi, l’autore ripercorre le ragioni storiche e politiche del modello danese ed in particolare della “flexicurity“, il risultato piu’ evidente di un consenso propriamente scandinavo che coniuga un mercato del lavoro altamente flessibile con generosi ammortizzatori sociali.

In periodi di campagna elettorale, in Europa come in Nord America, capita spesso a politici ed intellettuali di lanciarsi in paralleli fra il modello danese e quelli dei loro stati di appartenenza. È successo anche in Italia durante le elezioni precedenti (qui e qui), meno in questa, triste ultima tornata.

A queste proposte, solitamente, seguono una serie di distinguo: si possono importare aspetti della flexicurity, ma non tutto; gli italiani non pagherebbero mai il 50% di tasse, etc. Ecco Kuttner ha, a mio modo di vedere provocatoriamente, sintetizzato questi e dozzine di altri possibili distinguo con due parole: “path dependence.”

“Path dependence” è quel concetto utilizzato dagli economisti dello sviluppo per indicare una sorta di abitudine, ed anche pigrizia, che ci porta a prendere determinate decisioni e ripeterle, anche se magari sappiamo non essere le migliori. Per usare un suo esempio, “path dependence” è il motivo per il quale molti consumatori continuano a comprare i computer targati Microsoft anche se sanno che quelli Apple funzionano meglio.

Secondo Kuttner questo è lo stesso meccanismo che ostacola riforme strutturali in senso “scandinavo” in altri paesi dell’Europa e in Nord America. Teoricamente sia governanti (in buona fede) che contribuenti (onesti) sono consapevoli della bontà dello stato sociale scandivavo. Ma convinti che in Scandinavia questa esperienza sia frutto di circostanze culturali, storiche e sociali uniche e irripetibili, rinunciano ad introdurre anche elementi di quel modello, e fondamentalmente si ostinano a lavorare su quello che hanno.

Onestamente, la devo ancora digerire; ma mi sembra una tesi che meriti di essere ponderata.

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Friday, April 18, 2008

L’atollo Scandinavo

di Flavio Serra

Negli anni ‘70 in uno sperduto atollo del Pacifico venne trovato un soldato giapponese, credeva che la seconda guerra mondiale fosse ancora in corso; tutto sommato la sua era una valutazione razionale, dato che spesso vedeva passare sulla sua testa i bombardieri americani, li immaginava diretti contro il Giappone e non poteva sapere che volavano verso il Vietnam.

Quando si guarda ai risultati delle elezioni politiche 2008 prendendo in considerazione il voto degli Italiani in Europa e soprattutto in Scandinavia, il paragone viene spontaneo. Votiamo sulla base delle nostre esperienze, che ci danno anche la chiave di interpretazione della realtà, e forse ormai siamo condizionati dalla (social)democrazia scandinava anche quando pensiamo all’Italia. Come interpretare altrimenti i risultati, in cui le forze “riformiste” e “di sinistra” superano i due terzi dei voti in Danimarca Norvegia e Svezia?






Camera Italia Europa Danimarca Norvegia Svezia
Partito Democratico 33,2% 40,2% 43,4% 51,4% 50,5%
Italia dei Valori 4,4% 8,2% 10,6% 7,7% 7,1%
Sinistra Arcobaleno 3,1% 4,2% 9,3% 9,4% 6,9%
Partito Socialista 1,0% 3,2% 1,5% 1,7% 2,0%
Sinistra Critica 0,5% 1,2% 2,1% 3,3% 1,2%
Totale 42,1% 56,9% 66,9% 73,5% 67,7%

Eletti: Laura Garavini, Franco Narducci, Giovanni Farina (per il PD) e Antonio Razzi (per IdV)






Senato Italia Europa Danimarca Norvegia Svezia
Partito Democratico 33,7% 41,1% 45,6% 50,3% 50,8%
Italia dei Valori 4,3% 8,2% 11,1% 8,7% 7,7%
Sinistra Arcobaleno 3,2% 4,1% 7,4% 8,7% 7,0%
Partito Socialista 0,9% 3,2% 1,2% 1,5% 1,1%
Sinistra Critica 0,4% 1,3% 2,3% 3,3% 2,1%
Totale 42,5% 57,8% 67,6% 72,6% 68,5%

Eletto: Claudio Micheloni (PD)

Se l’Europa complessivamente è “a sinistra”, ancora di più lo è la Scandinavia. La Sinistra Arcobaleno qui raccoglie il doppio dei voti rispetto all’Europa, ed anche Sinistra Critica, la formazione più radicale, allo 0,4% in Italia ed all’1% in Europa, è sempre sopra il 2%.

Ma forse, come alcuni hanno commentato altrove nel sito, ormai è sbagliato (in Italia) parlare di “destra” e “sinistra”. L’Italia politicamente esce da queste elezioni molto più simile agli USA che all’Europa. Veltroni, “americano” da sempre, pur lontano dai numeri per governare, ha coronato il suo progetto strategico. Molti di noi in Europa faticano a capire.

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Tuesday, April 15, 2008

Sconfitta, disfatta o apocalisse?

La destra riprende il governo con una vittoria di proporzioni molto ampie. I partiti che si richiamano alla sinistra sono fuori dal Parlamento. Apriamo qui uno spazio per i commenti sul risultato di ieri, ma soprattutto sulle idee per il domani, delle quali abbiamo grande bisogno.
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Thursday, March 27, 2008

Il rovescio dell’inciucio

di Fabrizio Tassinari

Immagina che Fausto Bertinotti dica ad un gruppo fondamentalista di musulmani residenti in Italia di “andare all’inferno.” Immagina che a causa di questa e simili esternazioni i sondaggi gli attribuiscano una percentuale di voti pari o superiore al Pd. E immagina anche che la Sinistra arcobaleno vada a togliere consensi ad un partito molto popolare di estrema destra, una specie di mostro di Frankenstein a metà fra la Lega e La Destra di Storace.

Trasposto all’Italia, questo è, per grosse linee, lo sviluppo più significativo nella politica danese dell’ultimo mese. Evito di tradurre nomi, cognomi e sigle; quello che è interessante è a mio parere immaginare uno scenario italiano comparabile e, attraverso quello, capire dove sta andando l’agone politico, o perlomeno la comunicazione politica.

Il compromesso è un’arte sottile e profondamente radicata nella cultura dialettica dell’Europa settentrionale. Piuttosto che al ribasso, è generalmente visto come qualcosa ‘al rialzo’, frutto della sintesi e dell’abilità di saper assorbire e rielaborare costruttivamente le critiche.

La comunicazione politica in Italia, come sappiamo, è perdutamente polarizzata; basta leggere fra le righe di questa campagna elettorale. Nelle prime settimane, una discussione relativamente pacata fra i partiti maggiori aveva fatto agitare immediatamente lo spettro dell’inciucio–non esattamente il sinonimo di una sintesi al rialzo. E la critica più irriverente, perchè probabilmente credibile, a Veltroni è quella del buonismo ‘ma-anchista’. Ora sembra essere tornati al caro vecchio ‘manicheismo’, al muro contro muro senza troppa soluzione di continuità.

Mi risparmio la conclusione facile e forse logica che la politica nordica avrebbe più bisogno di scontro vero, e quella italiana di compromessi più alti. Mi limito ad osservare il paradosso di un paese come la Danimarca che sembra assuefatto al compromesso, e di un multiculturalismo per molti versi fuori controllo apparentemente necessario a farla risvegliare dal torpore della dialettica politically correct.

Per quanto riguarda l’Italia, evito di addentrarmi in considerazioni fantapolitiche su Grosse Koalition o governi tecnici in caso di pareggio. Mi domando che fine abbia fatto l’abilità della nostra classe politica di comprendere le potenzialità a lungo termine della politica bipartizan, specialmente in fasi come quella attuale, in cui la crisi delle istituzioni e lo stato malandato dell’economia richiederebbero scelte concordate.

E mi limito a ricordare che è stato appena celebrato il trentennale del rapimento di uno statista che per il ‘compromesso storico’ finì col pagare il prezzo più alto.

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Tuesday, March 18, 2008

Voto (in)utile?


di Flavio Serra, Livia Petersen, Michela Dell’Anno

Sappiamo bene che il nostro voto “vale” nella misura in cui ci consente di “scegliere” o quanto meno, più o meno remotamente, di influenzare le scelte politiche italiane. Spesso però ci dimentichiamo che il sistema elettorale in vigore per noi residenti all´estero è diverso da quello in vigore in Italia (siamo una nazione che ama le complicazioni). La differenza è così notevole, che vale la pena rifletterci un attimo prima di decidere il nostro voto.

Innanzitutto il Senato. È qui che le maggioranze possono saltare, e qui che un senatore in più o meno può fare la differenza. Vero, ma non in Europa.

La nostra circoscrizione infatti elegge 2 senatori con un sistema proporzionale. Questo significa che i senatori eletti saranno 1 per il PDL e 1 per il PD, a meno che la lista più forte consegua una maggioranza schiacciante, e contemporaneamente distanzi enormemente la lista seconda classificata (assai improbabile quest’ anno). Sostanzialmente nulle le chances di tutte le altre liste.

Al Senato quindi qualsiasi lista votiamo, è improbabile che i risultati cambino. Più che di voto “utile” possiamo quindi parlare di voto “inutile” a meno che… usiamo il nostro voto per cercare di premiare un candidato (o meglio ancora una candidata) all´interno della lista del PD. Questo è possibile, perchè all’ estero resta la possibilità di esprimere il voto di preferenza (che in Italia è stato abolito). Il voto al PD al Senato è una scelta più o meno obbligata (la meno inutile), quindi scegliamo bene chi votare!

E la Camera? Qui i giochi si fanno tutti in Italia. La lista che prende più voti (in Italia - l’estero non conta) ottiene automaticamente il 55% dei seggi. Voilà. Il nostro voto in Europa è inutile anche ai fini della scelta della maggioranza parlamentare e di governo della prossima legislatura. Ma forse per questo è più libero, e può acquistare un inaspettato valore per garantire un “diritto di tribuna” alle forze minori.

In Europa eleggiamo 6 deputati, con sistema proporzionale e voto di preferenza. Per come funziona il sistema, possiamo ragionevolmente aspettarci che 2 deputati a testa vengano assegnati in prima battuta a PD e PDL, mentre gli altri 2 verranno attribuiti con il sistema dei resti. È difficile predire chi li otterrà, ma si può ragionevolmente ipotizzare che le liste in lizza per i resti saranno, oltre agli stessi PD e PDL, la Sinistra Arcobaleno, Italia dei Valori e UDC, vale a dire 5 liste per 2 seggi.

Senza entrare nei dettagli dei calcoli, si può stimare che per ottenere il terzo deputato PD e/o PDL debbano raccogliere intorno al 40% dei voti. Possibile, ma lo scenario più probabile è che a disputarsi gli ultimi 2 seggi siano le liste minori. In altre parole, diventa molto importante che sia la Sinistra Arcobaleno sia Italia dei Valori raccolgano più voti dell’UDC.

“A livello tecnico” è quindi interessante l´opzione di un voto disgiunto: PD al Senato, Sinistra Arcobaleno o Italia dei Valori alla Camera.

Ma questa scelta ha anche un preciso significato politico: vuol dire ribadire il nostro sostegno ad una coalizione tra le forze riformiste e di sinistra, che era stata realizzata con l’Unione, e che continuiamo a ritenere possibile ed auspicabile per il governo dell’Italia.

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Saturday, March 15, 2008

Le liste dei candidati in Europa

Clicca qui sotto su READ MORE


Queste le liste alla Camera (nell’ordine nel quale le troveremo sulla scheda):

1. Popolo della Libertà
2. La Destra
3. Partito Democratico
4. Sinistra Arcobaleno
5. Partito Socialista
6. Unione di Centro
7. Sinistra Critica
8. L’Altra Sicilia per il Sud
9. Italia dei Valori
10. Valori e Futuro

Stesse liste al Senato, salvo l’assenza dei monarchici di “Valori e Futuro”.

E questi sono i candidati delle liste riformiste e di sinistra:

Partito Democratico - clicca qui per la lista
Parlamentari uscenti ricandidati: Narducci (Camera), Farini (Camera), Micheloni (Senato)

la Sinistra - l’Arcobaleno - clicca qui per la lista
Parlamentari uscenti ricandidati: Cassola (Camera)

Partito Socialista
- clicca qui per la lista

Sinistra critica - (la lista per ora non è reperibile su siti direttamente collegati alla formazione, quindi va presa con beneficio d’inventario):
Senato: Lucia Mastropietro e Orazio Orlando
Camera: Archelao Urracci Giovanni, Santo Bruno, Elda Maria Carmina, William Diana, Vincenzo Elia, Alessandro Giovanni Frigeri, Anna Miglietta, Salvatore Pistis, Cosima Politi, Saverio Pesce, Giuseppe Tedesco, Pietro Vitale

Italia dei Valori
- clicca qui per la lista
Parlamentari uscenti ricandidati: Razzi (Camera)

Infine, spunta una candidata residente in Danimarca… nientepopodimenoche… Grazia Mirabelli… la “duce” del Comites ora arricchisce la lista de La Destra (i neo-post-fascisti di Storace). Il che la dice lunga sia sulla lista che sulla candidata.

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Monday, March 10, 2008

Bacheca elettorale

Siamo stati muti a lungo. Difficile capire cosa è successo in Italia, perchè siamo ritornati alle elezioni, perchè l’alleanza del PD e della sinistra sono venute meno. Per questo siamo ancora un po’ a disagio nel dare i nostri commenti e le nostre interpretazioni. Però avvertiamo un forte bisogno di confrontarci sulle scelte che ciascuno di noi farà alle prossime elezioni, e così abbiamo deciso di aprire questo spazio. Voi per chi voterete? E perchè?

La redazione.

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Thursday, February 22, 2007

Ammutoliti

Il nostro sito è ormai silenzioso da molto tempo, e ce ne scusiamo con i visitatori.

Sarà forse perchè in Svezia molti si sono pentiti dei aver votato per i “moderati” ma intanto domina la rassegnazione.

Sarà forse perchè in Danimarca la sinistra risale nei sondaggi più per la stanchezza di Fogh, che per la capacità di presentare strategie veramente alternative a quelle del governo, tanto che l’ex-ministro Karen Jespersen passa dai socialdemocratici ai liberali di Venstre, seguita a ruota da Aia Fog che salta addirittura al Dansk Folkeparti (accusando i socialdemocratici di aver smarrito la prospettiva dei problemi sociali del Paese).

Più di tutto però ci ammutolisce lo spettacolo della politica italiana, soprattutto ammutolisce noi che ci siamo spesi per cacciare Berlusconi, per ridare credibilità e prestigio all´Italia, e che ci siamo sentiti rappresentati nella maggioranza uscita dalle ultime elezioni.

Difficile contestare i concreti provvedimenti del governo. Se qui e lá qualche provvedimento è parso discutibile, nel complesso i risultati sono più che buoni, il programma si sta attuando, la competenza di Prodi e dei suoi ministri è indiscutibile (ed è anni luce distante da quella del governo precedente).

Quello che ci sconcerta è l’incapacità della maggioranza di presentarsi con l´immagine unitaria che ci aveva portato ad aderire convintamente al programma dell’Unione (a proposito, la sigla sembra finita in ripostiglio). I disaccordi interni sulle questioni concrete non vengono proposti a mediazioni, ma amplificati ed utilizzati come armi in una lotta intestina di cui non si vedono altre motivazioni che la ricerca del potere fine a sè stessa.

Ci sconcerta la sottovalutazione della forza dell´opposizione di destra, che per quanto priva di idee e strategie, e quindi relativamente inerte, resta potenzialmente pericolosa. Pericoloso ne è certamente il livello ideologico e culturale, come dimostrano anche alcuni commenti (agghiaccianti nella loro becera stupiditá) lasciati recentemente sul nostro sito.

Sentiamo la necessità di esprimerci, di urlare la nostra rabbia, ma restiamo ammutoliti. Scusateci per ora.

Ciullo D´Alcamo
Michela Dall´Anno
Livia Petersen
Flavio Serra

PS. Questo testo era stato scritto prima delle dimissioni di Prodi. La notizia e le dichiarazioni di esponenti della maggioranza che suggeriscono un clima da resa dei conti, confermano purtroppo il nostro stato d´animo. 

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Saturday, November 25, 2006

Flexsecurity: mito o modello?

di Livia Petersen 

Gli italiani sono i più pessimisti in Europa sulle possibilità di trovare e poter mantenere un posto di lavoro. I danesi sono i più ottimisti. Lo rivelano i dati dell’Eurobarometro che ha condotto uno studio commissionato dalla Commissione europea. I motivi di questo divario sono diversi, ma certamente in Italia le occasioni di lavoro sono minori e minore è la sicurezza di poter trovare una sistemazione in cui realizzarsi senza rischiare di restare discoccupati. Anche per questo in Italia, come in altri paesi europei, si guarda con sempre maggiore interesse al cosiddetto “modello danese” e alla formula della “flexsecurity” come ad uno strumento miracoloso. Flexsecurity vuol dire in sostanza che le aziende sono libere di licenziare quando lo ritengono opportuno senza far altro che dare un preavviso di 5 giorni, e che al lavoratore licenziato lo stato garantisce la sicurezza del reddito insieme ad una serie di misure per reinserirlo nel mercato del lavoro. Dunque flessibilità da parte delle aziende e sicurezza per i lavoratori, ma con diverse possibilità di attuazione di cui è bene comprendere i meccaismi, anche per riuscire a capire quanto un sistema come questo possa venire adottato in un paese come l’Italia.

La flexsecurtity venne introdotta dai socialdemocratici negli anni 90 come una formula tesa a rinnovare quel welfare-state che era stato inteso fino ad allora come garante a tempo indetereminato dalla emaginazione sociale sopravvenuta a causa di situazioni problematiche come la disoccupazione, un divorzio, una malattia invalidante e così via. Ma negli anni 90 la disoccupazione raggiunse livelli tali da richiedere degli interventi che portarono i socialdemocratici a modificare il welfare introducendo dei limiti di tempo ai sussidi di disoccupazione (4anni) ed a creare una politica attiva del mercato del lavoro che puntasse alla formazione dei lavoratori per poterli reinserire in altri settori. Da quel momento si passò dal modello di uno stato assistenziale-indennizzante, che interviene quando l’esclusione sociale è avvenuta, a quello di uno stato che investe in ogni individuo per garantire che rimanga legato al mercato del lavoro attraverso una formazione continua.

Il professor Ove Kaj Pedersen, che sta a capo del Centro Business and Politics della Business School di Copenaghen, definisce questo secondo modello come quello di uno stato concorrenziale che deve investire in un’economia del futuro e in una forza lavoro che oggi appaiono meno prevedibili di quanto non lo fossero in passato. Secondo lui il welfare si trasforma così da un costo economico ad un investimento sociale. Questo richiede di formare una forza lavoro in grado di concorrere sul piano internazionale, di rendere attivi tutti coloro che sono in età lavorativa con degli incentivi e delle motivazioni e in caso di rifiuto costringerli con delle sanzioni economiche. Se questo è il modello che ha reso quella danese un’economia forte e stabile anche qui non mancano però alcuni difetti.. Nostante tutta l’enfasi che viene data alla maggiore qualificazione individuale in Danimarca la flexsecurty punisce proprio le persone maggiormente qualificate. Per questo i compensi massimi decisi dal governo in caso di disoccupazione sono parecchio inferiori agli stipendi e l’obbligo di reinserirsi nel mercato del lavoro in tempi brevi troppo spesso le costringe a dover accettare di svolgere attività meno legate alle proprie competenze. In questo modo il lavoro non risponde più ad una propria scelta personale legata alle proprie vocazioni professionali, ma si trasforma in un obbligo imposto come un dovere. La politica di welfare adottata dal governo di Fogh tende poi a dare priorità alla flex più che alla security, dicono i sindacati, anche quando punta a ridurre i sussidi sociali per le fasce d’età fra i 25-29 anni e fra i 55-60 per incentivarle al lavoro. Questo non potrà che creare maggiore precarietà e frustrazione, senza parlare della situazione discriminante in cui si trovano gli immigrati che ricevono sempre di meno e restano ugualmente esclusi dal mercato del lavoro . Anzichè accantonare denaro per potere ridurre le tasse, si dovrebbe investire meglio nella riqualificazione e nell’integrazione, sostengono i socialdemocratici. In altre parole anche la flexsecurity può essere di sinistra oppure di destra.

Comunque sia, con tutti i suoi limiti il modello danese funziona molto meglio di quello italiano. È realistico pensare di adottarlo anche in Italia? La prima considerazione da fare è che la ricetta danese è basata su quella che gli esperti chiamano “un’economia negoziata”, nata già negli anni 30 attraverso un vero e proprio patto sociale stipulato fra il capitale e i rappresentanti del mondo del lavoro, tale da lasciare alle imprese la piena gestione del mercato e al governo socialdemocratico la ricerca della maggiore equità sociale attraverso una redistrubuzione dei redditi tesa a garantire a tutti dei servizi pubblici efficienti. Qui la concertazione esiste da quasi un secolo senza quella conflittualità che ha segnato sempre l’Italia a causa del suo modello politico e sociale. Ma anche la situazione contingente non aiuta: dopo il governo Berlusconi la situazione della finanza pubblica in Italia è disastrosa ed in questa fase è molto difficile pensare di accrescere la pressione fiscale e trovare le risorse necessarie per finanziare la security e per investire nella riqualificazione. In Danimarca il debito pubblico è a livelli minimi e proprio quest’anno si è arrivati ad un notevole surplus. Da invece noi prima di ogni cosa occorrerà risanare! Un aspetto positivo per il momento è la ripresa da parte del governo Prodi della concertazione, il resto forse in futuro sarà possibile ma con molta gradualità.

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Saturday, November 11, 2006

Ridurre il deficit é di destra o di sinistra?

di Flavio Serra 
 
In Italia come in Danimarca é tempo di legge finanziaria, ed i ministri in carica sono sotto tiro: tanto Padoa Schioppa come Thor Pedersen si rifiutano di allargare i cordoni della borsa. Le situazioni economiche di partenza sono apparentemente opposte, cosí come il colore dei rispettivi governi, ma la ricetta é la stessa, e risulta indigesta oltre che incomprensibile alle opinioni pubbliche nazionali.
 
I governi si appellano alle leggi dell´economia (“scienza triste” secondo l´ottocentesca definizione di Carlyle), ma é davvero possibile che non esistano spazi di libertá e che in questo campo destra e sinistra si equivalgano?
 
Vediamo innanzitutto la situazione danese. Nel 2005 lo stato ha registrato un avanzo di bilancio intorno ai 72 milioni di corone (poco meno di 10 miliardi di Euro), ed anche nel 2006 si prevede un avanzo consistente. Il governo intende usare questo avanzo per ridurre un debito pubblico che si colloca giá ai livelli piú bassi in Europa (circa 550 miliardi di corone a fine 2005 - di questo passo verrebbe azzerato entro il 2013).
 
Qui l´economia va bene ed il denaro non manca! Allora, perché non usarne anche solo una parte per migliorare i servizi, o per ridurre le tasse?
 
Sembrerá un paradosso, ma é proprio il boom economico a sconsigliare un´aumento della spesa pubblica (od una riduzione del prelievo fiscale). La disoccupazione é quasi azzerata (pochi giorni fa a Frederiksborg sono stati assunti 30 postini svedesi, che probabilmente faranno i pendolari da Malmø). Immettere altro denaro creerebbe una situazione di surriscaldamento economico: distorsioni della domanda ed inflazione, senza benefici apprezzabili (il prodotto interno non aumenterebbe piú di quanto non stia giá facendo).
 
La scelta di ridurre il debito é quindi saggia, e lungimirante. Infatti, se in futuro lo sviluppo si arrestasse, l´aumento della spesa, e del debito, sarebbero strumenti del tutto legittimi e praticabili.
 
Tutto il contrario dell´Italia.
 
Nel Bel Paese l´economia stenta, e secondo la vulgata keynesiana, una buona iniezione di denaro pubblico avrebbe un´effetto stimolante sulla domanda. La crescita economica porterebbe successivamente un incremento del gettito fiscale.
 
La realtá non é cosí semplice. In primo luogo perché la domanda pubblica dovrebbe potersi indirizzare esclusivamente nei settori dove l´offerta eccede la domanda per ragioni congiunturali e non strutturali (in caso contrario si genera inflazione, e si indirizzano gli sforzi produttivi verso prodotti e servizi che non interessano alla collettivitá).
 
In secondo luogo perché la leva della spesa pubblica in Italia é giá stata ampiamente (ab)usata, tanto che il debito pubblico ha raggiunto un valore record, pari a circa 1´500 miliardi di Euro.
 
E allora? Giordano, segretario di Rifondazione, dichiara che tutto sommato del debito lui non si preoccupa troppo, trovandosi cosí per una volta in compagnia di Berlusconi, che quando al Governo del risanamento se ne é sempre infischiato, polemizzando con l’Unione Europea, ed i vincoli di Maastricht.
 
Allora il problema é che dove c’é un debito, c´é anche un credito. In altre parole, privati cittadini o istituzioni finanziarie che hanno sottoscritto titoli pubblici, ricevendone in cambio interessi ai tassi di mercato. Per un totale di quasi 70 miliardi di Euro.
 
Una cifra paragonabile alla spesa per la pubblica istruzione. E quindi una pesantissima palla al piede: pensiamo per un istante a tutto quello che si potrebbe fare, in termini di istruzione, salute, ricerca, opere pubbliche, se non si dovessero spendere ogni anno 70 miliardi di Euro in interessi.
 
Ma anche una spada di Damocle. I tassi di interesse (grazie all´Euro, anche di questo Berlusconi si é sempre scordato) non sono mai stati cosí bassi. Ma potrebbero salire, con effetti esplosivi. Qualche settimana fa, la banca centrale europea ha aumentato il costo del denaro dello 0,25%. Sembra assai poco. Ma, semplificando, questo incremento tradotto nei conti pubblici italiani rappresenterebbe 3,7 miliardi di maggiori uscite, soldi sottratti a salute, istruzione ecc. ecc.
 
Anche (e forse ancora di piú) per l´Italia, la riduzione del debito é una prioritá ineludibile. E se in Danimarca il debito viene ridotto per davvero, l´obiettivo del governo italiano (e di Maastricht) é quantomeno di ridurlo “in percentuale rispetto al Prodotto Interno Lordo”. In altre parole, il debito crescerá, ma meno dell´economia, e quindi dará meno fastidio.
 
Il risanamento non é di destra o di sinistra. Ma di destra o di sinistra sono le politiche per risanare.
 
Tagliare i servizi, o aumentare le tasse? Tassare i cittadini, o le aziende? Tassare tutti, o solo i ricchi? Chiudere un occhio, o combattere seriamente l´evasione?
 
Da questo punto di vista, pur se con prudenza e qualche contraddizione, il governo Prodi sta operando con serietá, ed in piena linea con il mandato ricevuto dall’ elettorato di centro-sinistra, e sarebbe auspicabile che l´Unione facesse uno sforzo maggiore per comprendere ed illustrare agli italiani questo disegno strategico, dando un po´meno risalto alle forse inevitabili divergenze interne sui dettagli della manovra.
 
Note:
 
Sono consapevole che il contenuto è infarcito di semplificazioni raccappriccianti, ma credo non tanto da inficiare il ragionamento. Ad esempio: dato che una buona parte del debito pubblico è costituito da titoli a medio/lunga scadenza, l’ impatto dell´aumento dei tassi é dilazionato nel tempo, anzi nel breve termine possono tuttora verificarsi risparmi, quando vengono rifinanziati titoli emessi in anni lontani, ad interessi più elevati. Tali risparmi peró sono minori di quelli che si sarebbero potuti avere con tassi piú bassi, e nel caso i tassi non tornino a scendere, é corretto prospettare un aumento nella spesa per interessi.
 
Sarebbe inoltre interessante approfondire gli aspetti “redistributivi” della spesa per interessi (che si configura come un prelievo a danno dei “produttori” ed un´elargizione a favore dei “redditieri”), anche per quanto riguarda gli effetti di tale redistribuzione sulla domanda interna (se, come sembra corretto presumere, i redditieri hanno minore propensione al consumo dei lavoratori, la “qualitá” della spesa per interessi é bassa, anche perchè che non stimola l´economia).
 
Un altro approfondimento potrebbe riguardare l´impatto della spesa sugli interessi in rapporto alla bilancia dei pagamenti (molti titoli pubblici sono collocati presso investitori istituzionali stranieri).
 
Da non approfondire assolutamente invece tutte le questioni relative alla possibilità di finanziare il disavanzo con emissione di valuta e più in generale tutte le questioni di politica monetaria: mi viene mal di capo solo a pensare a tutte le possibili disquisizioni in merito!
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