Friday, May 2, 2008

La flexicurity e la pigrizia

di Fabrizio Tassinari

Su questo numero della prestigiosa rivista americana Foreign Affairs c’è un articolo a mio parere interessante di Robert Kuttner intitolato “The Copenhagen Consensus”.

Attraverso dati ed interviste a sindacalisti, politici ed industriali danesi, l’autore ripercorre le ragioni storiche e politiche del modello danese ed in particolare della “flexicurity“, il risultato piu’ evidente di un consenso propriamente scandinavo che coniuga un mercato del lavoro altamente flessibile con generosi ammortizzatori sociali.

In periodi di campagna elettorale, in Europa come in Nord America, capita spesso a politici ed intellettuali di lanciarsi in paralleli fra il modello danese e quelli dei loro stati di appartenenza. È successo anche in Italia durante le elezioni precedenti (qui e qui), meno in questa, triste ultima tornata.

A queste proposte, solitamente, seguono una serie di distinguo: si possono importare aspetti della flexicurity, ma non tutto; gli italiani non pagherebbero mai il 50% di tasse, etc. Ecco Kuttner ha, a mio modo di vedere provocatoriamente, sintetizzato questi e dozzine di altri possibili distinguo con due parole: “path dependence.”

“Path dependence” è quel concetto utilizzato dagli economisti dello sviluppo per indicare una sorta di abitudine, ed anche pigrizia, che ci porta a prendere determinate decisioni e ripeterle, anche se magari sappiamo non essere le migliori. Per usare un suo esempio, “path dependence” è il motivo per il quale molti consumatori continuano a comprare i computer targati Microsoft anche se sanno che quelli Apple funzionano meglio.

Secondo Kuttner questo è lo stesso meccanismo che ostacola riforme strutturali in senso “scandinavo” in altri paesi dell’Europa e in Nord America. Teoricamente sia governanti (in buona fede) che contribuenti (onesti) sono consapevoli della bontà dello stato sociale scandivavo. Ma convinti che in Scandinavia questa esperienza sia frutto di circostanze culturali, storiche e sociali uniche e irripetibili, rinunciano ad introdurre anche elementi di quel modello, e fondamentalmente si ostinano a lavorare su quello che hanno.

Onestamente, la devo ancora digerire; ma mi sembra una tesi che meriti di essere ponderata.

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Thursday, March 27, 2008

Il rovescio dell’inciucio

di Fabrizio Tassinari

Immagina che Fausto Bertinotti dica ad un gruppo fondamentalista di musulmani residenti in Italia di “andare all’inferno.” Immagina che a causa di questa e simili esternazioni i sondaggi gli attribuiscano una percentuale di voti pari o superiore al Pd. E immagina anche che la Sinistra arcobaleno vada a togliere consensi ad un partito molto popolare di estrema destra, una specie di mostro di Frankenstein a metà fra la Lega e La Destra di Storace.

Trasposto all’Italia, questo è, per grosse linee, lo sviluppo più significativo nella politica danese dell’ultimo mese. Evito di tradurre nomi, cognomi e sigle; quello che è interessante è a mio parere immaginare uno scenario italiano comparabile e, attraverso quello, capire dove sta andando l’agone politico, o perlomeno la comunicazione politica.

Il compromesso è un’arte sottile e profondamente radicata nella cultura dialettica dell’Europa settentrionale. Piuttosto che al ribasso, è generalmente visto come qualcosa ‘al rialzo’, frutto della sintesi e dell’abilità di saper assorbire e rielaborare costruttivamente le critiche.

La comunicazione politica in Italia, come sappiamo, è perdutamente polarizzata; basta leggere fra le righe di questa campagna elettorale. Nelle prime settimane, una discussione relativamente pacata fra i partiti maggiori aveva fatto agitare immediatamente lo spettro dell’inciucio–non esattamente il sinonimo di una sintesi al rialzo. E la critica più irriverente, perchè probabilmente credibile, a Veltroni è quella del buonismo ‘ma-anchista’. Ora sembra essere tornati al caro vecchio ‘manicheismo’, al muro contro muro senza troppa soluzione di continuità.

Mi risparmio la conclusione facile e forse logica che la politica nordica avrebbe più bisogno di scontro vero, e quella italiana di compromessi più alti. Mi limito ad osservare il paradosso di un paese come la Danimarca che sembra assuefatto al compromesso, e di un multiculturalismo per molti versi fuori controllo apparentemente necessario a farla risvegliare dal torpore della dialettica politically correct.

Per quanto riguarda l’Italia, evito di addentrarmi in considerazioni fantapolitiche su Grosse Koalition o governi tecnici in caso di pareggio. Mi domando che fine abbia fatto l’abilità della nostra classe politica di comprendere le potenzialità a lungo termine della politica bipartizan, specialmente in fasi come quella attuale, in cui la crisi delle istituzioni e lo stato malandato dell’economia richiederebbero scelte concordate.

E mi limito a ricordare che è stato appena celebrato il trentennale del rapimento di uno statista che per il ‘compromesso storico’ finì col pagare il prezzo più alto.

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Wednesday, November 14, 2007

Palla al centro, le ali vanno in gol.

di Flavio Serra

In Danimarca, come in Gran Bretagna, le elezioni anticipate non sono sinonimo di crisi del governo, al contrario in genere vengono convocate proprio quando la maggioranza al governo pensa di avere buone chance di riconfermare o aumentare i propri voti.

Quando meno di un mese fa il premier Anders Fogh Rasmussen decise di convocare le elezioni, a poco più di due anni dalle precedenti, aveva sicuramente la speranza di fare una tranquilla passeggiata: il piccolo partito della sinistra radicale (Enhedslisten) era in crisi a causa della cooptazione nell’ esecutivo di una giovane mussulmana favorevole alla Sharia ed alla pena di morte, i tradizionali alleati di centrosinistra Socialdemocratici e Radicali divisi su molti fronti, il nuovo partito Nuova Alleanza (nato da una scissione dei Radicali ma a cerca di consensi nel centro-destra) era ancora in fase di strutturazione.

Le elezioni si sono invece rivelate più competitive: Socialdemocratici e Radicali si sono ricompattati, l’ affluenza al voto è stata molto elevata, il risultato è stato in bilico fino alla vigilia.

E se oggi Anders Fogh può tirare un sospiro di sollievo (sarà ancora primo ministro), il suo partito arretra ancora e la maggioranza è più risicata di prima: a fronte di una maggioranza di 91 mandati, il blocco di governo ottiene 89 voti (erano 94) contro 81 del centrosinistra, ma potrà certamente contare su 1 o 2 mandati dei rappresentanti delle isole Faroer e assai probabilmente sui 5 mandati di Nuova Alleanza.

Se si guarda al di là del risultato contingente però, il vero perdente è il “centro” di destra come di sinistra. Venstre (il partito di Anders Fogh) perde 6 mandati, i Socialdemocratici ne perdono 2 (il peggior risultato dal 1906, ma si rallegrano pensando che poteva andare peggio), i Radicali ne perdono addirittura 8.

La cosa è abbastanza comprensibile: nonostante i tentativi propagandistici di differenziarsi, questi partiti sono d’ accordo su quasi tutto, anche se per ragioni storiche si muovono in una netta ottica bipolare (dove anche gli irrequieti radicali tornano sempre all’ovile). Gli elettori hanno quindi premiato chi ha saputo differenziarsi con richieste più chiare all’ interno di entrambi gli schieramenti. In altre parole:

Il Centro (Venstre/ Socialdemocratici/ Radicali) -16 mandati: no all’ aumento delle tasse, sì al welfare, sì al settore pubblico, sì all’Europa, sì a politiche restrittive sull’ immigrazione con lievissimi ritocchi.

La sinistra (Partito Socialista Popolare/ Enhedslisten) +10 mandati: migliorare i servizi pubblici, tassare le multinazionali, rivedere le norme più discriminatorie sull’immigrazione, ni all’Europa

I conservatori (Partito Popolare Conservatore/ Nuova Alleanza) +5 mandati: abbassare le tasse, rivedere le norme più discriminatorie sull’immigrazione (le aziende hanno bisogno di braccia), sì all’Europa.

La destra xenofoba (Partito Popolare Danese) +1 mandato: mantenere le norme discriminatorie anti-immigrazione, ghettizzare le minoranze etniche, mantenere il welfare (per i danesi doc), premiare economicamente i propri elettori (aumento degli assegni sociali per gli anziani), no all’Europa.

Difficile immaginare grandi sconquassi nei prossimi anni: forse qualche marginale ritocco in riduzione delle tasse (peraltro le più alte in Europa e forse nel mondo), qualche marginale ritocco alle politiche sull’immigrazione, qualche piccolo premio agli elettori della destra xenofoba.

Ma anche buone notizie: quasi sicuramente la Danimarca non farà un referendum sul trattato Europeo, che il centro-sinistra sarebbe stato tentato di indire (e di perdere, facendo entrare in crisi tutto il continente).

Inoltre, se le promesse fatte da tutti i partiti verranno mantenute, una maggioranza oceanica approverà consistenti investimenti per lo sviluppo delle fonti rinnovabili di energia, dove già oggi la Danimarca si posiziona ai primi posti nel mondo. La bandiera dell’ ambientalismo infatti è stata raccolta dai Conservatori, e viene sventolata anche da Venstre.

In Italia, nel frattempo…

Eh no, stavolta il raffronto ce lo risparmiamo, e restiamo raccolti nel nostro amaro silenzio…

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Sunday, April 15, 2007

Invasione aliena in Danimarca

di Flavio Serra

L’”invasione degli ultracorpi” è un film cult degli anni ‘50 che racconta l’invasione di una cittadina americana da parte di esseri spaziali che copiano perfettamente gli abitanti ai quali si sostituiscono durante il sonno. Il film, che dette vita ad un filone, venne spesso interpretato come un richiamo subliminale maccartista (messaggio: il tuo vicino potrebbe non essere un tranquillo americano ma un pericoloso infiltrato sinistroide).

Come leggere allora i risultati del “test di danesità” messo a punto dal Ministero per l’ Integrazione danese, per mettere alla prova chi richiede la cittadinanza danese e recentemente varato tra mille polemiche (con la sostituzione in corsa di due domande e la modifica di formulazione e risposte di altre 22 domande su un totale di 200)?

Secondo una ricerca fatta dall’ istituto Userneeds per il quotidiano Jyllands Posten e pubblicata a puntate  il 7 ed il 13 aprile 2007 risulta infatti che circa il 7% dei danesi messo alla prova non è in grado di superare il test. Invasori alieni in Danimarca? La lettura integrale dei risultati offre anche spunti divertenti, ad esempio quando i “bocciati” sono divisi per partito di riferimento.

I più “danesi” (98% di promossi) risultano gli elettori del partito radicale (il più accanito oppositore delle riforme anti-immigrazione), mentre i nazionalisti xenofobi del Danske Folkeparti, entusiasti in merito all’ introduzione del test, si rivelano  in grave difficoltà quando si tratta di superarlo (tra le loro fila i bocciati sono il 12%).

Il fatto è che il test è semplicemente una prova di tipo nozionista, ed accanto a poche domande di spiccato valore nazional-popolare (es. in che anno la nazionale femminile di pallamano ha vinto il campionato mondiale) ne fioccano parecchie di tipo vetero-scolastico (chi ha scritto nel ‘700 la commedia “Jeppe på Bjerget”), e quindi privilegia le élites istruite a scapito delle classi popolari: il test è superato assai più facilmente dai lettori di Politiken o Information (97% di promossi) che da quelli di BT o Ekstrabladet (13% di bocciati).

Nessun problema nella pratica. Le 200 domande del test e le relative risposte sono disponibili online sul sito del ministero (www.nyidanmark.dk - cercare infødsretsprøve) ed il relativo opuscolo stampato costa 20 corone. Gli interessati potranno tranquillamente impararle a memoria (un po’ come per il test sulla patente di guida).  Se l’obiettivo però era quello di un test “formativo” che aiutasse ad orientarsi nel Paese di cui si otterrà la cittadinanza, sarebbe stato più utile porre domande di concreta utilità, come ad esempio le competenze dei diversi uffici pubblici (difficile per gli stranieri immaginarsi che in Danimarca, per attestati di nascita e morte, o per i funerali, ci si deve rivolgere alla Folkekirke, anche se si appartiene ad altre confessioni o non si è credenti).

Resta quindi la domanda su che senso abbia un test di questo tipo, con tutta l’organizzazione burocratica che si trascina dietro: probabilmente nessuno, se non quello di essere un costoso tributo alla sempre più soffocante ideologia nazionalista della destra danese (purtroppo condivisa anche da una parte dei socialdemocratici).

Ben più gravi sono altri “effetti collaterali” di questa ideologia: restrizioni fortissime al rilascio di permessi di soggiorno (es. la necessità di dimostrare di essere più legati alla Danimarca che al proprio Paese d’origine), leggi discriminatorie (la regola “dei 24 anni” che si stima avere costretto circa 5.000 coppie miste a trasferirsi da Copenhagen a Malmoe), limitazioni alle riunificazioni famigliari ed al diritto di asilo. Ma anche discriminazioni di fatto nell’ accesso al lavoro.

Ed in Italia?

Apparentemente da noi le cose sono più facili… anche i bisnipoti di emigranti possono ottenere la nazionalità italiana, in aggiunta a quella del loro Paese di elezione, per il solo diritto di discendenza. Nessun test su chi ha scritto “La locandiera”, nessun test linguistico… ma si presume una buona conoscenza della legislazione pensionistica (ai residenti in Brasile basta una settimana di contributi - anche figurativi - per accedere alle pensioni italiane e relative integrazioni al minimo).

Le cose cambiano quando invece che ai “diritti di sangue” si guarda a chi in Italia ci vive, ci lavora pagandovi le tasse, e magari ci è pure nato. La proposta del governo Prodi di abbassare a cinque anni il periodo di residenza per poter richiedere la cittadinanza sta affrontando l’iter parlamentare con mille cautele e tra gli strepiti della destra, ma almeno è un passo avanti nella giusta direzione.

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Saturday, November 25, 2006

Flexsecurity: mito o modello?

di Livia Petersen 

Gli italiani sono i più pessimisti in Europa sulle possibilità di trovare e poter mantenere un posto di lavoro. I danesi sono i più ottimisti. Lo rivelano i dati dell’Eurobarometro che ha condotto uno studio commissionato dalla Commissione europea. I motivi di questo divario sono diversi, ma certamente in Italia le occasioni di lavoro sono minori e minore è la sicurezza di poter trovare una sistemazione in cui realizzarsi senza rischiare di restare discoccupati. Anche per questo in Italia, come in altri paesi europei, si guarda con sempre maggiore interesse al cosiddetto “modello danese” e alla formula della “flexsecurity” come ad uno strumento miracoloso. Flexsecurity vuol dire in sostanza che le aziende sono libere di licenziare quando lo ritengono opportuno senza far altro che dare un preavviso di 5 giorni, e che al lavoratore licenziato lo stato garantisce la sicurezza del reddito insieme ad una serie di misure per reinserirlo nel mercato del lavoro. Dunque flessibilità da parte delle aziende e sicurezza per i lavoratori, ma con diverse possibilità di attuazione di cui è bene comprendere i meccaismi, anche per riuscire a capire quanto un sistema come questo possa venire adottato in un paese come l’Italia.

La flexsecurtity venne introdotta dai socialdemocratici negli anni 90 come una formula tesa a rinnovare quel welfare-state che era stato inteso fino ad allora come garante a tempo indetereminato dalla emaginazione sociale sopravvenuta a causa di situazioni problematiche come la disoccupazione, un divorzio, una malattia invalidante e così via. Ma negli anni 90 la disoccupazione raggiunse livelli tali da richiedere degli interventi che portarono i socialdemocratici a modificare il welfare introducendo dei limiti di tempo ai sussidi di disoccupazione (4anni) ed a creare una politica attiva del mercato del lavoro che puntasse alla formazione dei lavoratori per poterli reinserire in altri settori. Da quel momento si passò dal modello di uno stato assistenziale-indennizzante, che interviene quando l’esclusione sociale è avvenuta, a quello di uno stato che investe in ogni individuo per garantire che rimanga legato al mercato del lavoro attraverso una formazione continua.

Il professor Ove Kaj Pedersen, che sta a capo del Centro Business and Politics della Business School di Copenaghen, definisce questo secondo modello come quello di uno stato concorrenziale che deve investire in un’economia del futuro e in una forza lavoro che oggi appaiono meno prevedibili di quanto non lo fossero in passato. Secondo lui il welfare si trasforma così da un costo economico ad un investimento sociale. Questo richiede di formare una forza lavoro in grado di concorrere sul piano internazionale, di rendere attivi tutti coloro che sono in età lavorativa con degli incentivi e delle motivazioni e in caso di rifiuto costringerli con delle sanzioni economiche. Se questo è il modello che ha reso quella danese un’economia forte e stabile anche qui non mancano però alcuni difetti.. Nostante tutta l’enfasi che viene data alla maggiore qualificazione individuale in Danimarca la flexsecurty punisce proprio le persone maggiormente qualificate. Per questo i compensi massimi decisi dal governo in caso di disoccupazione sono parecchio inferiori agli stipendi e l’obbligo di reinserirsi nel mercato del lavoro in tempi brevi troppo spesso le costringe a dover accettare di svolgere attività meno legate alle proprie competenze. In questo modo il lavoro non risponde più ad una propria scelta personale legata alle proprie vocazioni professionali, ma si trasforma in un obbligo imposto come un dovere. La politica di welfare adottata dal governo di Fogh tende poi a dare priorità alla flex più che alla security, dicono i sindacati, anche quando punta a ridurre i sussidi sociali per le fasce d’età fra i 25-29 anni e fra i 55-60 per incentivarle al lavoro. Questo non potrà che creare maggiore precarietà e frustrazione, senza parlare della situazione discriminante in cui si trovano gli immigrati che ricevono sempre di meno e restano ugualmente esclusi dal mercato del lavoro . Anzichè accantonare denaro per potere ridurre le tasse, si dovrebbe investire meglio nella riqualificazione e nell’integrazione, sostengono i socialdemocratici. In altre parole anche la flexsecurity può essere di sinistra oppure di destra.

Comunque sia, con tutti i suoi limiti il modello danese funziona molto meglio di quello italiano. È realistico pensare di adottarlo anche in Italia? La prima considerazione da fare è che la ricetta danese è basata su quella che gli esperti chiamano “un’economia negoziata”, nata già negli anni 30 attraverso un vero e proprio patto sociale stipulato fra il capitale e i rappresentanti del mondo del lavoro, tale da lasciare alle imprese la piena gestione del mercato e al governo socialdemocratico la ricerca della maggiore equità sociale attraverso una redistrubuzione dei redditi tesa a garantire a tutti dei servizi pubblici efficienti. Qui la concertazione esiste da quasi un secolo senza quella conflittualità che ha segnato sempre l’Italia a causa del suo modello politico e sociale. Ma anche la situazione contingente non aiuta: dopo il governo Berlusconi la situazione della finanza pubblica in Italia è disastrosa ed in questa fase è molto difficile pensare di accrescere la pressione fiscale e trovare le risorse necessarie per finanziare la security e per investire nella riqualificazione. In Danimarca il debito pubblico è a livelli minimi e proprio quest’anno si è arrivati ad un notevole surplus. Da invece noi prima di ogni cosa occorrerà risanare! Un aspetto positivo per il momento è la ripresa da parte del governo Prodi della concertazione, il resto forse in futuro sarà possibile ma con molta gradualità.

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Monday, October 16, 2006

Se Visco è come Stalin, allora Anders Fogh?

di Flavio Serra

Secondo Prodi, la manovra finanziaria e la ridefinizione delle aliquote e delle detrazioni fiscali é stata l´occasione per una ridistribuzione di redditi epocale a favore dei bisognosi.

Rifondazione esulta: stavolta a piangere sono i ricchi, mentre i meno abbienti per una volta si troveranno in tasca piú quattrini. Dall´altro lato della barricata, Berlusconi convalida queste affermazioni, ed accomuna Visco allo Stalin degli anni piú bui.

Se non c´é dubbio sugli effetti della manovra per i poveri ed i ricchi, non si sa bene cosa succeda alla classe media: secondo il centro-sinistra é favorita, secondo il centro-destra é derubata. Tutto sta ad intendersi dove si colloca il reddito della classe media: se sotto ai 28.000 euro ha ragione Prodi, se sopra i 75.000 ha ragione Berlusconi. Nel mezzo, dipende da tanti fattori: figli a carico oppure no, regione in cui si vive, ecc ecc.

Resta il fatto che secondo i titoli dei giornali italiani l´Italia é (ri)diventata un paese vetero-socialista, che usa pesantemente lo strumento fiscale per diminuire le diseguaglianze sociali. Ma sará vero? Ho provato a fare qualche calcolo e raffronto con la Danimarca, paese di antica tradizione socialdemocratica, dove peró il centro-destra é al governo da due legislature.

Il risultato é nella tabella sotto, dove ho sintetizzato la differenza tra le aliquote medie gravanti sul reddito imponibile di un lavoratore autonomo in Danimarca ed in Italia (utilizzando le nuove aliquote). Per chiarezza: il valore del 10% in corrispondenza di un reddito di 55,000 euro significa che un residente danese con quel livello di reddito paga 5.500 euro in piú all´anno di un residente italiano con pari reddito.

Il raffronto tra le aliquote medie é senz´altro illuminante per chiarire quale sistema abbia un effetto piú marcatamente redistributivo. Infatti, se la differenza tra Danimarca e Italia fosse sempre uguale, potremmo concludere che le tasse in Danimarca sono sí piú alte, ma lo sono per tutti, sia per i “poveri” quanto per i “ricchi”.

Invece non é cosí. La differenza cresce all´aumentare del reddito personale. I “ricchi” danesi pagano proporzionalmente di piú dei ricchi” italiani.

Elaborando ulteriormente dai dati della tabella, risulta che chi risiede in Italia e guadagna 28´000 Euro all´anno, ne paga in tasse 5´800, e chi ne guadagna 75´000 ne paga 24´300, vale a dire che in Italia la differenza impositiva tra un reddito “medio-alto” ed un reddito “medio-basso” é di 18´400 Euro. Un residente in Danimarca che guadagna 28´000 Euro ne paga invece circa 8´700, mentre chi guadagna 75´000 Euro paga 33´700 Euro, vale a dire che in Danimarca un reddito “medio-alto” paga in tasse 25´000 euro all´anno in piú di un reddito “medio-basso”.

Nonostante il governo Prodi abbia invertito la rotta, i “ricchi” italiani possono quindi stare tranquilli. L´Italia é ancora un paese amico, senza contare che di “ricchi” in Italia ce ne sono davvero pochi. Dentisti, avvocati, gioiellieri, ecc. in Italia sono i veri “poveri” almeno a giudicare da quello che dichiarano al Fisco.

Ma che dire della Danimarca? Qui neppure il centro-destra pensa a cambiamenti. Al governo, solo il piccolo partito conservatore ogni tanto prova ad azzardare la richiesta di una riduzione delle tasse, ma poi i sondaggi mostrano che non é creduto neppure dalla propria base.

Anders Fogh Rasmussen nemico della borghesia? Forse Berlusconi lo paragonerebbe a Pol Pot, o a Kim Jong Il. Piú probabilmente é solo un politico realista in un paese normale, quale speriamo che l´Italia divenga, anche a piccoli passi.

Nota:

La tabella non ha valore in relazione all´imposizione fiscale complessiva, dato che in ogni paese i residenti sostengono anche altri prelievi (INPS in Italia ed AM-Bidrag in Danimarca, ICI e Ejendomsskat, ecc. senza contare l´IVA che in Danimarca é del 25% su tutti i prodotti e servizi, mentre in Italia é a seconda dei casi il 10% o il 20%, o addirittura inferiore per alcuni prodotti). A livello medio nazionale, la pressione fiscale danese éperaltro piú elevata di quella italiana (circa il 51%, contro il 41%).

In teoria, anche il confronto sul reddito imponibile potrebbe essere parzialmente fuorviante: in Danimarca si possono dedurre gli interessi passivi, ed anche le spese per raggiungere il posto di lavoro (oltre una certa distanza). In Italia si possono dedurre alcune spese per la ristrutturazione degli immobili, o spese presso le strutture sanitarie private. Non sembra peró che il diverso sistema di deduzioni sia tarato per avvantaggiare i “ricchi” danesi in rapporto ai “ricchi” italiani.

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Monday, July 31, 2006

Don´t worry, be happy

di Flavio Serra

Secondo una recente ricerca, pubblicata con rilievo sui giornali di molti paesi, inclusi quelli italiani, la felicità è di casa in Scandinavia, e la Danimarca è al primo posto (l’Islanda al quarto, la Svezia al settimo) della classifica mondiale. L´Italia è cinquantesima, agli ultimi posti in Europa.

Sembra la solita notizia estiva, scritta per riempire le colonne dei giornali in mancanza di meglio, invece la ricerca è seria, ed a scavare un po´ si scopre che dietro al sorriso luccicante dei paesi felici c´è un mondo di preoccupazioni (con buona pace della vecchia canzone di Bobby McFerrin).

La “classifica della felicità”, infatti, è un´elaborazione fatta da Adrian White, professore presso l´Università di Leicester sulla base di dati raccolti dalla New Economic Foundation.

I presupposti sono apparentemente condivisibili. La felicità, non la ricchezza, è l´obiettivo dell´esistenza umana, e quindi diventa sempre più importante capire la ricetta della felicità, anche “misurandola” e andando a verificare sul campo le differenze tra paesi “felici” e “infelici”.

Adrian White segnala che la felicità è inoltre significativamente correlata alla salute (aspettativa media di vita), alla ricchezza (PIL pro-capite), ed all´accesso all´istruzione secondaria.

Nota poi che queste tre variabili sono a loro volta correlate tra loro (i ricchi hanno maggiori possibilità di curarsi) e ne conclude saggiamente che la ricchezza resta quindi un obiettivo più che legittimo, anzi che è ingiusto ritenere che il “capitalismo” non porti la felicità, perchè al contrario quelli più ricchi e contenti sono proprio paesi capitalisti.

Mah… come mai allora tutti i paesi dell´Est che il capitalismo l´hanno adottato nelle sue varianti più estreme si trovano agli ultimi posti? E che ai primi posti ci sono paesi capitalisti sì, ma con uno stato “sociale” ben strutturato? E´ lo stesso ambasciatore danese a Londra Svend Olling a dichiarare «per la sensazione di felicità dei danesi è sicuramente importante il fatto che ci esistono differenze minime tra ricchi e poveri».

Tutto bene dunque? Purtroppo no. Sia perchè le opinioni di White entreranno sicuramente nell´arsenale “neocon”, sia (e soprattutto) perchè i dati originali della New Economic Foundation avevano ben altro obiettivo.

Per la New Economic Foundation la felicità infatti è solo uno degli indicatori usati per misurare la felicità del pianeta, che  assieme costruiscono l´Happy Planet Index.

La “felicità” viene rapportata alla durata della vita (non basta essere felici, se poi si muore giovani e la felicità non si riesce a viverla). Ma soprattuto conta quante risorse vengono “bruciate” per generare la felicità di ogni individuo. E si vede che ogni Danese per vivere deve sfruttare circa 6,4 “ettari virtuali” del pianeta (molti in confronto ad un tagiko 0,6, o ad un indiano 0,8).

Se si calcola la “felicità sostenibile” la Danimarca scende così al 99 posto (Norvegia 115, Svezia 119), per una volta preceduta da un´Italia al 66 posto (non tanto per una presunta frugalità italiana, quanto per le vaste sacche di povertà del nostro paese).

Viene quindi il dubbio che a sostenere le spese della felicità danese (e pìù in generale dei paesi “sviluppati”) siano i paesi più poveri (da cui vengono drenate risorse naturali) e le generazioni future (che si trovano un pianeta ampiamente depredato).

Forse le parole dell´Ambasciatore danese (ridurre le differenze tra ricchi e poveri) hanno ancora un senso, ma solo se l´ambito di applicazione è quello globale.

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Monday, February 6, 2006

Benvenuti nel villaggio globale

di Flavio Serra

Non abbiamo “bucato” la notiza dei disegni di Maometto. Semplicemente, l´avevamo classificata “questione interna” danese. Valutando criticamente la provocazione dello Jyllands Posten, e considerando l’ignavia del governo un altro capitolo della spinosa questione sulle politiche culturali di “integrazione”.

Ci eravamo sbagliati. L´onda è montata, settimana dopo settimana, ed i danesi sgomenti si trovano ora al centro dell´attenzione mondiale.

<<ma proprio=”">> sembrano dirsi <<e abbiamo=”" mai=”" che=”">> ed in questo, ahimè trovo analogie con noi “italiani brava gente” che ancora non capiamo perchè gli etiopi hanno voluto indietro l´obelisco di Axum (storia coloniale antica) e neppure il motivo per cui in Iraq sparano ai “nostri ragazzi” in missione di pace (storia coloniale recente).

Al contrario del boicottaggio (azione politica legittima), la reazione violenta è una risposta grave e sbagliata che non ci sogniamo neppure lontanamente di giustificare.

Ed è proprio per questo che ci auguriamo uno, dieci, cento passi indietro. Da parte di tutti.

Una riflessione su ciò che vuole dire essere “cittadini del mondo”, sul rispetto delle diverse culture e religioni. Sulla necessità di capirci “diversi” ma non “superiori” e quindi cautela prima di imporre ad altri i nostri valori.

Ed un po´ meno ipocrisia. Proprio in questi giorni, Venstre, De Konservative, e Danske Folkeparti chiedono di espellere gli imam residenti in Danimarca che hanno protestato, come se la tutela del diritto di espressione non si potesse applicare alle opinioni degli imam.

Siamo preoccupati. La guerra fredda contro il comunismo è finita. Sembra però che la nostra “civiltà” non riesca a fare a meno della guerra, che abbiamo bisogno di nemici esterni per nascondere le contraddizioni interne, e di coprire il conflitto sotto un mantello di “scontro di civiltà” per non farci domande scomode sulle ragioni economiche e sociali che vi sottostanno. Eccoci allora alzare gli stendardi e marciare verso un’altra guerra, questa volta contro il terrorismo, la barbarie, l’islam. Dall’altra parte ovviamente succede la stessa cosa.

Fermiamoci. E fermiamo i signori della guerra.

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Wednesday, January 18, 2006

Sinistra in Italia ed in Danimarca: ma che differenza!

di Flavio Serra

A noi italiani piace confrontarci con gli altri paesi, e quando, come assai spesso accade, nei confronti ci troviamo perdenti, tutto sommato siamo quasi rassicurati: l’accettazione di una nazionale mediocrità fa sì che non abbiamo una reputazione da difendere, né esempi da emulare, e ci fa dormire sonni tranquilli.

Il discorso vale anche per la politica: a colpi di qualunquismo abbiamo fatto il possibile per delegittimare tutta la nostra classe politica, senza abbandonare il nostro comodo ruolo di spettatori. Forse però a sinistra qualcosa sta cambiando.

Il governo Berlusconi ha colpito il Paese pesantemente, ma ha anche compattato l’opposizione, che tra alti e bassi inevitabili in un processo democratico, ha anche avuto il coraggio di innovazioni formidabili come le primarie: un nuovo modo di rapportare “base” e “vertici”, e di rilanciare la partecipazione con esiti tutt’altro che scontati (Vendola in Puglia, Borsellino in Sicilia).

E’ ancora presto per dire se questo sarà sufficiente per battere lo strapotere finanziario e mediatico del governo e vincere le elezioni, tanto più è presto immaginare come se la caverebbe la sinistra al governo, dovendo risollevare, con mezzi scarsissimi, un’Italia impoverita ed in crisi profonda.

Il fatto è che in Italia la sinistra al governo è una prospettiva possibile, tutto il contrario della Danimarca, dove il “liberista” Fogh non solo ha rivinto le elezioni poco meno di un anno fa, ma mantiene saldo il consenso in tutti i sondaggi di opinione.

La crisi della sinistra danese purtroppo non si spiega solo con l’affidabilità e la moderazione della destra al potere, anche perché queste qualità non sono del tutto corrispondenti alla realtà: le politiche culturali e quelle sull’immigrazione sono xenofobe, in Irak la Danimarca serve pedissequamente le parole d’ordine americane.

I problemi sono assai più profondi, a partire da un’ assoluta mancanza di coordinamento tra le diverse anime della sinistra: quella “radicale” (libertaria in politica e liberista in economia), quella eco-marxista (nelle varianti di SF e EL), e la tradizionale anima socialdemocratica.

E’ proprio il partito socialdemocratico, il maggiore tra quelli citati, quello che avrebbe quindi maggiori responsabilità ed opportunità, ad essere in crisi ed a perdere consensi. Nato come partito “di lotta e di governo” il partito ha avuto un ruolo storico incontestabile nella definizione dell’attuale stato sociale danese, quasi identificandosi nel governo e radicandosi capillarmente nella società attraverso sindacati, patronati, ed associazioni di ogni tipo.

Penso che proprio questo autoidentificarsi con il governo e la difficoltà di concepire un proprio ruolo come opposizione, sia la maledizione che impedisce alla socialdemocrazia danese di riconquistare un ruolo guida nella sinistra e nel paese. Di qui il tentativo di mostrarsi “affidabili” collaborando con il centro-destra, con scarsi risultati; infatti Fogh manovra abilmente coinvolgendo i socialdemocratici quel tanto che basta per evitarne le critiche su molti progetti, salvo poi lasciarli “fuori dalla porta” al momento opportuno.

Peggio ancora, ecco il tentativo di rubare elettori alla destra scendendo sul suo stesso campo e facendone proprie le politiche discriminatorie contro gli immigrati, mossa che non apre varchi a destra (perchè scambiare i razzisti DOC del Danske Folkeparti con le patetiche imitazioni socialdemocratiche?) ma in compenso scava un fossato con i potenziali alleati a sinistra.

Ma forse sono proprio i concetti di “sinistra” e di “unità” ad essere in crisi. Dopo le elezioni norvegesi (che la sinistra ha vinto a sorpresa) si chiese se non fosse il caso che anche in Danimarca l’opposizione concordasse insieme una piattaforma comune, sulla quale preparare un’alternativa di governo. I socialdemocratici si rifiutarono.

Tutto sommato non c’è da sorprendersi, dato che sempre più spesso i socialdemocratici contestano l’etichetta di “sinistra” e si autodefiniscono partito “di centro”. Sorprendente invece che la “società civile” e l’intellighenzia tacciano beate: in Danimarca non c’è (per ora) traccia di girotondi.

Il modello della sinistra italiana sembra dunque migliore? Lo è certamente, almeno per ora. Quanto al futuro, dipende anche da noi.

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Monday, January 16, 2006

Destra in Italia e in Danimarca: ma che differenza!

di Livia Petersen

Hanno un governo di destra l’Italia e la Danimarca, ma c’é qualcosa che le accomuna? Entrambe hanno la prerogativa di avere qualcosa che le differenzia in negativo da tutto il resto d’Europa: la Danimarca ha delle leggi tanto restrittive sull’immigrazione da venire additata come intollerante verso le minoranze etniche e religiose anche dalle Nazioni Unite e dal Consiglio d’Europa. L’Italia ha Berlusconi.

Per il resto invece le similitudini sono poche. A cominciare dalla situazione economica dei due paesi, con un’Italia che é sull’orlo della bancarotta mentre la Danimarca ha una posizione estremanente solida, dove solo il 2% della forza lavoro non ha occupazione per piú di due anni e dove entro un quinquennio si prevede debba scomparire quel gigantesco debito pubblico che a partire dagli anni 60 é servito a mettere in piedi e poi a finanziare lo stato sociale. Certo nel suo discorso di fine anno Berlusconi ha descritto l’Italia come un paese immaginario, che naviga nel benessere, adoperando la sua solita tattica che esalta successi inesistenti cercando di far presa sull’opinione pubblica. Ma quanti gli credono ancora? L’occupazione, dice, è miracolosamente in crescita. Il miracolo é dovuto solo al fatto che sono stati regolarizzati oltre 500 mila lavoratori clandestini. Dunque nessun posto di lavoro in piú.

La differenza principale fra Fogh e Berlusconi, mi diceva un amico, é che Fogh difende un progetto politico favorevole a dei ceti sociali, Berlusconi difende sé stesso.

E lo fa a tal punto da creare ansia e imbarazzo nei suoi stessi alleati. Prendiamo le ultime vicende legate alla questione Unipol che il nostro premier ha pensato cinicamente di inserire nella campagna elettorale, buttando fango sugli avversari per creare un diversivo alla propria catastrofe. Parliamoci chiaro: la vicenda Unipol non piace affatto a noi di sinistra. Ma almeno i leader Ds non hanno agito in modo illegale e un’autocritica si sta avviando sul ruolo che debba avere il partito verso il mondo degli affari. Cosa salutare su cui assolutamente si dovrá discutere a fondo. Ma Berlusconi? Non é proprio lui ad avere sempre approfittato dei vantaggi che gli derivano dall’intreccio fra politica ed affari, da quel conflitto d’interessi che lo ha reso uno degli uomini piú ricchi e piú potenti del mondo? Non solo é cosí e lui lo sa bene, ma per evitare di doverne rispondere é partito spregiudicatamente all’attacco, calunniando i leader dell’opposizione e denunciandoli ai magistrati per aver saputo da un suo amico che avevano chiesto degli incontri conviviali ad un finanziere, forse utili all’Unipol. Insomma, per denunciarli di fatti che di criminoso non hanno proprio niente ma che servono a creare un polverone di notizie utili solo a confondere l’opinione pubblica e a determinare un clima di sfiducia nelle sinistre.

E Fogh? Come si pone in questo contesto il premier danese? In modo totalmente diverso. Nel suo governo alcuni ministri, come Henriette Kjær, hanno dovuto pagare lasciando il proprio incarico per molto di meno, mentre Fogh invitava i politici a denunciare pubblicamente tutta le proprie risorse economiche in modo da pregiudicare ogni conflitto d’interesse. Non condivido la politica di Fogh, ma mi tolgo il cappello!! Ed é questo che differenzia il nostro governo di destra da quello danese. Berlusconi é un affarista-populista, Fogh é un politico democratico, che agisce in modo pericolosamente intelligente. Come ha scritto Eugenio Scalfari in un recente editoriale sulla Repubblica (27-11-2006) “la demagogia consiste nell’impegno a soddisfare i desideri del popolo indipendentemente dalla fattibilitá. Il famoso contratto con gli italiani é stato un manuale di demagogia perché promise risultati di cui mancavano totalmente le condizioni di fattibilitá…..Berlusconi sostiene che il contratto è stato adempiuto al cento per cento… quanto agli elettori, la grande maggioranza percepisce di essere stata frodata ma percepisce anche che nei prossimi anni dovrá affrontare un percorso in salita per rimediare alla truffa di cui é stata vittima”.

In poche parole, se la gestione del governo passerá al centro sinistra non ci dobbiamo aspettare alcun Eldorado, ma ci vorranno sacrifici e ancora sacrifici necessari a rimettere in sesto il paese. La democrazia invece “consiste nel farsi guidare dai bisogni del popolo, vigilati alla luce della fattibilitá”. E questo é quanto Fogh ha cercato di fare, non senza utilizzare peró quella demagogia populista dell’alleato Dansk Folkeparti che lo rende popolare agli occhi della gente, ma gli consente anche di prendere le distanze dai toni eccessivamente crudi verso gli immigrati, restandosene ben saldo al governo.

Quello danese é un governo che il centro destra ha conquistato per aver fatto proprie, e non per aver negato le conquiste socialdemocratiche dello stato sociale. Perché Anders Fogh Rasmussen conosce bene il legame profondo che hanno i danesi con la loro cultura solidaristica e ugualitaria. In una conferenza stampa gli ho sentito dire di aver superato i propri principi liberalisti ispirati ad uno stato minimalista e di far riferimento al modello finlandese, quello di un paese in cui socialdemocratici e conservatori collaborano, lo sviluppo economico é alto e il welfare é in condizioni ottimali. Non saprei quanto questo sia vero. Secondo alcuni commentatori politici il suo obiettivo reale é quello di ridurre il welfare e di promuovere maggiormente l’iniziativa privata. Ma vuole farlo con lentezza, lasciando che pian piano la gente accetti alcune modifiche senza traumi e senza venirne bocciato.

Un esempio tipico in questo contesto é quello di aver voluto la Commissione per la Riforma del Welfare. Le proposte avanzate dalla Commissione al governo richiedevano dei fortissimi tagli in molti settori dello stato sociale e sono state prontamente respinte da Fogh. Perché mai allora il governo ha voluto questa Commissione ed ha finanziato il suo costosissimo lavoro durato due anni? In realtá a Fogh é stato utile lasciare che i tagli necessari al futuro venissero proposti da un altro soggetto, per presentarsi poi come l’unico garante del benessere collegiale. Ma i commenti e il dibattito che ne sono derivati, le accuse di immobilismo e di incapacitá di procedere alle riforme che vengono fatte al governo da alcuni politici e dalla stampa, hanno giá creato un’opinione pubblica più disposta a quei cambiamenti che gli serviranno. È una strategia pericolosa quella di Fogh, che strappa terreno all’opposizione ormai costretta a rincorrelo. Ma almeno si muove nel pieno rispetto delle istituzioni democratiche. E merita rispetto.

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