Thursday, February 22, 2007

Ammutoliti

Il nostro sito è ormai silenzioso da molto tempo, e ce ne scusiamo con i visitatori.

Sarà forse perchè in Svezia molti si sono pentiti dei aver votato per i “moderati” ma intanto domina la rassegnazione.

Sarà forse perchè in Danimarca la sinistra risale nei sondaggi più per la stanchezza di Fogh, che per la capacità di presentare strategie veramente alternative a quelle del governo, tanto che l’ex-ministro Karen Jespersen passa dai socialdemocratici ai liberali di Venstre, seguita a ruota da Aia Fog che salta addirittura al Dansk Folkeparti (accusando i socialdemocratici di aver smarrito la prospettiva dei problemi sociali del Paese).

Più di tutto però ci ammutolisce lo spettacolo della politica italiana, soprattutto ammutolisce noi che ci siamo spesi per cacciare Berlusconi, per ridare credibilità e prestigio all´Italia, e che ci siamo sentiti rappresentati nella maggioranza uscita dalle ultime elezioni.

Difficile contestare i concreti provvedimenti del governo. Se qui e lá qualche provvedimento è parso discutibile, nel complesso i risultati sono più che buoni, il programma si sta attuando, la competenza di Prodi e dei suoi ministri è indiscutibile (ed è anni luce distante da quella del governo precedente).

Quello che ci sconcerta è l’incapacità della maggioranza di presentarsi con l´immagine unitaria che ci aveva portato ad aderire convintamente al programma dell’Unione (a proposito, la sigla sembra finita in ripostiglio). I disaccordi interni sulle questioni concrete non vengono proposti a mediazioni, ma amplificati ed utilizzati come armi in una lotta intestina di cui non si vedono altre motivazioni che la ricerca del potere fine a sè stessa.

Ci sconcerta la sottovalutazione della forza dell´opposizione di destra, che per quanto priva di idee e strategie, e quindi relativamente inerte, resta potenzialmente pericolosa. Pericoloso ne è certamente il livello ideologico e culturale, come dimostrano anche alcuni commenti (agghiaccianti nella loro becera stupiditá) lasciati recentemente sul nostro sito.

Sentiamo la necessità di esprimerci, di urlare la nostra rabbia, ma restiamo ammutoliti. Scusateci per ora.

Ciullo D´Alcamo
Michela Dall´Anno
Livia Petersen
Flavio Serra

PS. Questo testo era stato scritto prima delle dimissioni di Prodi. La notizia e le dichiarazioni di esponenti della maggioranza che suggeriscono un clima da resa dei conti, confermano purtroppo il nostro stato d´animo. 

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Saturday, November 25, 2006

Flexsecurity: mito o modello?

di Livia Petersen 

Gli italiani sono i più pessimisti in Europa sulle possibilità di trovare e poter mantenere un posto di lavoro. I danesi sono i più ottimisti. Lo rivelano i dati dell’Eurobarometro che ha condotto uno studio commissionato dalla Commissione europea. I motivi di questo divario sono diversi, ma certamente in Italia le occasioni di lavoro sono minori e minore è la sicurezza di poter trovare una sistemazione in cui realizzarsi senza rischiare di restare discoccupati. Anche per questo in Italia, come in altri paesi europei, si guarda con sempre maggiore interesse al cosiddetto “modello danese” e alla formula della “flexsecurity” come ad uno strumento miracoloso. Flexsecurity vuol dire in sostanza che le aziende sono libere di licenziare quando lo ritengono opportuno senza far altro che dare un preavviso di 5 giorni, e che al lavoratore licenziato lo stato garantisce la sicurezza del reddito insieme ad una serie di misure per reinserirlo nel mercato del lavoro. Dunque flessibilità da parte delle aziende e sicurezza per i lavoratori, ma con diverse possibilità di attuazione di cui è bene comprendere i meccaismi, anche per riuscire a capire quanto un sistema come questo possa venire adottato in un paese come l’Italia.

La flexsecurtity venne introdotta dai socialdemocratici negli anni 90 come una formula tesa a rinnovare quel welfare-state che era stato inteso fino ad allora come garante a tempo indetereminato dalla emaginazione sociale sopravvenuta a causa di situazioni problematiche come la disoccupazione, un divorzio, una malattia invalidante e così via. Ma negli anni 90 la disoccupazione raggiunse livelli tali da richiedere degli interventi che portarono i socialdemocratici a modificare il welfare introducendo dei limiti di tempo ai sussidi di disoccupazione (4anni) ed a creare una politica attiva del mercato del lavoro che puntasse alla formazione dei lavoratori per poterli reinserire in altri settori. Da quel momento si passò dal modello di uno stato assistenziale-indennizzante, che interviene quando l’esclusione sociale è avvenuta, a quello di uno stato che investe in ogni individuo per garantire che rimanga legato al mercato del lavoro attraverso una formazione continua.

Il professor Ove Kaj Pedersen, che sta a capo del Centro Business and Politics della Business School di Copenaghen, definisce questo secondo modello come quello di uno stato concorrenziale che deve investire in un’economia del futuro e in una forza lavoro che oggi appaiono meno prevedibili di quanto non lo fossero in passato. Secondo lui il welfare si trasforma così da un costo economico ad un investimento sociale. Questo richiede di formare una forza lavoro in grado di concorrere sul piano internazionale, di rendere attivi tutti coloro che sono in età lavorativa con degli incentivi e delle motivazioni e in caso di rifiuto costringerli con delle sanzioni economiche. Se questo è il modello che ha reso quella danese un’economia forte e stabile anche qui non mancano però alcuni difetti.. Nostante tutta l’enfasi che viene data alla maggiore qualificazione individuale in Danimarca la flexsecurty punisce proprio le persone maggiormente qualificate. Per questo i compensi massimi decisi dal governo in caso di disoccupazione sono parecchio inferiori agli stipendi e l’obbligo di reinserirsi nel mercato del lavoro in tempi brevi troppo spesso le costringe a dover accettare di svolgere attività meno legate alle proprie competenze. In questo modo il lavoro non risponde più ad una propria scelta personale legata alle proprie vocazioni professionali, ma si trasforma in un obbligo imposto come un dovere. La politica di welfare adottata dal governo di Fogh tende poi a dare priorità alla flex più che alla security, dicono i sindacati, anche quando punta a ridurre i sussidi sociali per le fasce d’età fra i 25-29 anni e fra i 55-60 per incentivarle al lavoro. Questo non potrà che creare maggiore precarietà e frustrazione, senza parlare della situazione discriminante in cui si trovano gli immigrati che ricevono sempre di meno e restano ugualmente esclusi dal mercato del lavoro . Anzichè accantonare denaro per potere ridurre le tasse, si dovrebbe investire meglio nella riqualificazione e nell’integrazione, sostengono i socialdemocratici. In altre parole anche la flexsecurity può essere di sinistra oppure di destra.

Comunque sia, con tutti i suoi limiti il modello danese funziona molto meglio di quello italiano. È realistico pensare di adottarlo anche in Italia? La prima considerazione da fare è che la ricetta danese è basata su quella che gli esperti chiamano “un’economia negoziata”, nata già negli anni 30 attraverso un vero e proprio patto sociale stipulato fra il capitale e i rappresentanti del mondo del lavoro, tale da lasciare alle imprese la piena gestione del mercato e al governo socialdemocratico la ricerca della maggiore equità sociale attraverso una redistrubuzione dei redditi tesa a garantire a tutti dei servizi pubblici efficienti. Qui la concertazione esiste da quasi un secolo senza quella conflittualità che ha segnato sempre l’Italia a causa del suo modello politico e sociale. Ma anche la situazione contingente non aiuta: dopo il governo Berlusconi la situazione della finanza pubblica in Italia è disastrosa ed in questa fase è molto difficile pensare di accrescere la pressione fiscale e trovare le risorse necessarie per finanziare la security e per investire nella riqualificazione. In Danimarca il debito pubblico è a livelli minimi e proprio quest’anno si è arrivati ad un notevole surplus. Da invece noi prima di ogni cosa occorrerà risanare! Un aspetto positivo per il momento è la ripresa da parte del governo Prodi della concertazione, il resto forse in futuro sarà possibile ma con molta gradualità.

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Tuesday, November 21, 2006

Il trombaio di Scalfari

di Ciullo d´Alcamo

Pling, pling, pling… Marisaaaa chiama il trombaio

Marisa (al telefono col trombaio): Si, guardi venga subito! Il rubinetto perde e non sappiamo cosa fare.

Trombaio: Mo’ vedo, Signò… C’ho mille cose da fare… ma per il dottò se po’ fare…

Casa Scalfari, una qualunque mattina lavorativa. Eugenio, il direttore è al giornale, per essere intervistato sul tema del lavoro nero.

Marisa: Ecco il dottore!

Scalfari: Si, scusi, quanto le devo per la riparazione del rubinetto?

Trombaio: faccia lei, dotto’

Scalfari (mettendo 50 € in mano la Trombaio): Ecco!

Trombaio: Ah dottò, è un po’ poco …

Scalfari: Mi ha detto di fare lei… (prendendo altri 50 €) Va’ bene così?

Trombaio: Grazie, dottò, arrivederci.

Scalfari: …e lo scontrino, voglio dire, la fattura o quanto meno la ricevuta fiscale?

Trombaio: Ah dottò? Io gli’a faccio : ce mettemo pure l’IVA e la chiamata urgente in tutto fa altri 50 €…

Scalfari: No, vabbè…Lasci stare… Arrivederci.

Il trombaio di Scalfari va’ via, certo di non pagare le tasse. Scalfari ha il suo rubinetto riparato. Il trombaio ha fatto un danno a tutta la collettività. Scalfari, per paura che la prossima volta, in caso di bisogno, il trombaio non risponda alla sua chiamata, non insiste oltre contribuendo al danno stesso in misura esattamente uguale all’artigiano. E così in un’orgia di dentisti-trombai, tassisti-trombai, avvocati-trombai, farmacisti-trombai, benzinai-trombai 100 miliardi di € vengono a “trombati” dalle casse dello stato il quale, poi, per far quadrare i conti di anni dissennati di economia berlusconiana, si vede costretto a prenderne meno della metà forzosamente dagli italiani. Sorge spontanea una domanda: non era meglio che Scalfari avesse pagato il trombaio non a nero e che quest’ultimo avesse pagato le tasse in modo da non doverle poi comunque pagare? E voi… “trombate”?

Note:

  • Trombaio è un toscanismo per “idraulico”
  • Marisa, ipotetica colf di Scalfari, è personaggio di fantasia
  • Per altri particolari, si rinvia alla videointervista di Scalfari comparsa su Repubblica TV
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Saturday, November 11, 2006

Ridurre il deficit é di destra o di sinistra?

di Flavio Serra 
 
In Italia come in Danimarca é tempo di legge finanziaria, ed i ministri in carica sono sotto tiro: tanto Padoa Schioppa come Thor Pedersen si rifiutano di allargare i cordoni della borsa. Le situazioni economiche di partenza sono apparentemente opposte, cosí come il colore dei rispettivi governi, ma la ricetta é la stessa, e risulta indigesta oltre che incomprensibile alle opinioni pubbliche nazionali.
 
I governi si appellano alle leggi dell´economia (“scienza triste” secondo l´ottocentesca definizione di Carlyle), ma é davvero possibile che non esistano spazi di libertá e che in questo campo destra e sinistra si equivalgano?
 
Vediamo innanzitutto la situazione danese. Nel 2005 lo stato ha registrato un avanzo di bilancio intorno ai 72 milioni di corone (poco meno di 10 miliardi di Euro), ed anche nel 2006 si prevede un avanzo consistente. Il governo intende usare questo avanzo per ridurre un debito pubblico che si colloca giá ai livelli piú bassi in Europa (circa 550 miliardi di corone a fine 2005 - di questo passo verrebbe azzerato entro il 2013).
 
Qui l´economia va bene ed il denaro non manca! Allora, perché non usarne anche solo una parte per migliorare i servizi, o per ridurre le tasse?
 
Sembrerá un paradosso, ma é proprio il boom economico a sconsigliare un´aumento della spesa pubblica (od una riduzione del prelievo fiscale). La disoccupazione é quasi azzerata (pochi giorni fa a Frederiksborg sono stati assunti 30 postini svedesi, che probabilmente faranno i pendolari da Malmø). Immettere altro denaro creerebbe una situazione di surriscaldamento economico: distorsioni della domanda ed inflazione, senza benefici apprezzabili (il prodotto interno non aumenterebbe piú di quanto non stia giá facendo).
 
La scelta di ridurre il debito é quindi saggia, e lungimirante. Infatti, se in futuro lo sviluppo si arrestasse, l´aumento della spesa, e del debito, sarebbero strumenti del tutto legittimi e praticabili.
 
Tutto il contrario dell´Italia.
 
Nel Bel Paese l´economia stenta, e secondo la vulgata keynesiana, una buona iniezione di denaro pubblico avrebbe un´effetto stimolante sulla domanda. La crescita economica porterebbe successivamente un incremento del gettito fiscale.
 
La realtá non é cosí semplice. In primo luogo perché la domanda pubblica dovrebbe potersi indirizzare esclusivamente nei settori dove l´offerta eccede la domanda per ragioni congiunturali e non strutturali (in caso contrario si genera inflazione, e si indirizzano gli sforzi produttivi verso prodotti e servizi che non interessano alla collettivitá).
 
In secondo luogo perché la leva della spesa pubblica in Italia é giá stata ampiamente (ab)usata, tanto che il debito pubblico ha raggiunto un valore record, pari a circa 1´500 miliardi di Euro.
 
E allora? Giordano, segretario di Rifondazione, dichiara che tutto sommato del debito lui non si preoccupa troppo, trovandosi cosí per una volta in compagnia di Berlusconi, che quando al Governo del risanamento se ne é sempre infischiato, polemizzando con l’Unione Europea, ed i vincoli di Maastricht.
 
Allora il problema é che dove c’é un debito, c´é anche un credito. In altre parole, privati cittadini o istituzioni finanziarie che hanno sottoscritto titoli pubblici, ricevendone in cambio interessi ai tassi di mercato. Per un totale di quasi 70 miliardi di Euro.
 
Una cifra paragonabile alla spesa per la pubblica istruzione. E quindi una pesantissima palla al piede: pensiamo per un istante a tutto quello che si potrebbe fare, in termini di istruzione, salute, ricerca, opere pubbliche, se non si dovessero spendere ogni anno 70 miliardi di Euro in interessi.
 
Ma anche una spada di Damocle. I tassi di interesse (grazie all´Euro, anche di questo Berlusconi si é sempre scordato) non sono mai stati cosí bassi. Ma potrebbero salire, con effetti esplosivi. Qualche settimana fa, la banca centrale europea ha aumentato il costo del denaro dello 0,25%. Sembra assai poco. Ma, semplificando, questo incremento tradotto nei conti pubblici italiani rappresenterebbe 3,7 miliardi di maggiori uscite, soldi sottratti a salute, istruzione ecc. ecc.
 
Anche (e forse ancora di piú) per l´Italia, la riduzione del debito é una prioritá ineludibile. E se in Danimarca il debito viene ridotto per davvero, l´obiettivo del governo italiano (e di Maastricht) é quantomeno di ridurlo “in percentuale rispetto al Prodotto Interno Lordo”. In altre parole, il debito crescerá, ma meno dell´economia, e quindi dará meno fastidio.
 
Il risanamento non é di destra o di sinistra. Ma di destra o di sinistra sono le politiche per risanare.
 
Tagliare i servizi, o aumentare le tasse? Tassare i cittadini, o le aziende? Tassare tutti, o solo i ricchi? Chiudere un occhio, o combattere seriamente l´evasione?
 
Da questo punto di vista, pur se con prudenza e qualche contraddizione, il governo Prodi sta operando con serietá, ed in piena linea con il mandato ricevuto dall’ elettorato di centro-sinistra, e sarebbe auspicabile che l´Unione facesse uno sforzo maggiore per comprendere ed illustrare agli italiani questo disegno strategico, dando un po´meno risalto alle forse inevitabili divergenze interne sui dettagli della manovra.
 
Note:
 
Sono consapevole che il contenuto è infarcito di semplificazioni raccappriccianti, ma credo non tanto da inficiare il ragionamento. Ad esempio: dato che una buona parte del debito pubblico è costituito da titoli a medio/lunga scadenza, l’ impatto dell´aumento dei tassi é dilazionato nel tempo, anzi nel breve termine possono tuttora verificarsi risparmi, quando vengono rifinanziati titoli emessi in anni lontani, ad interessi più elevati. Tali risparmi peró sono minori di quelli che si sarebbero potuti avere con tassi piú bassi, e nel caso i tassi non tornino a scendere, é corretto prospettare un aumento nella spesa per interessi.
 
Sarebbe inoltre interessante approfondire gli aspetti “redistributivi” della spesa per interessi (che si configura come un prelievo a danno dei “produttori” ed un´elargizione a favore dei “redditieri”), anche per quanto riguarda gli effetti di tale redistribuzione sulla domanda interna (se, come sembra corretto presumere, i redditieri hanno minore propensione al consumo dei lavoratori, la “qualitá” della spesa per interessi é bassa, anche perchè che non stimola l´economia).
 
Un altro approfondimento potrebbe riguardare l´impatto della spesa sugli interessi in rapporto alla bilancia dei pagamenti (molti titoli pubblici sono collocati presso investitori istituzionali stranieri).
 
Da non approfondire assolutamente invece tutte le questioni relative alla possibilità di finanziare il disavanzo con emissione di valuta e più in generale tutte le questioni di politica monetaria: mi viene mal di capo solo a pensare a tutte le possibili disquisizioni in merito!
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Monday, October 16, 2006

Il nuovo Partito Democratico (Cristiano?)

In Italia si discute del nuovo Partito Democratico, della sua collocazione europea, del peso della sua componente cattolica. Si fatica ancora ad intuire la forma del nuovo soggetto politico, dietro la cortina fumogena di sottili disquisizioni dialettiche.

Da lontano invece, per un osservatore esterno senza pregiudizi, i contorni risultano chiarissimi, almeno a stare al corrispondente dello Jyllands-Postens, l’autorevole quotidiano conservatore famoso per le vignette di Maometto, che in un articolo pubblicato lo scorso 13 ottobre, dichiara semplicemente che “sotto Prodi l’ Italia è ritornata alla tradizione del centro sinistra, che ha governato il Paese dopo la seconda guerra mondiale”.

In altre parole, Ulivo e Rifondazione sono oggi quello che la DC ed il PSI erano negli anni ‘60. Semplificazione inaccettabile di sessant’ anni di storia? Oppure inconsapevole rivelazione di una verità scomoda?

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Se Visco è come Stalin, allora Anders Fogh?

di Flavio Serra

Secondo Prodi, la manovra finanziaria e la ridefinizione delle aliquote e delle detrazioni fiscali é stata l´occasione per una ridistribuzione di redditi epocale a favore dei bisognosi.

Rifondazione esulta: stavolta a piangere sono i ricchi, mentre i meno abbienti per una volta si troveranno in tasca piú quattrini. Dall´altro lato della barricata, Berlusconi convalida queste affermazioni, ed accomuna Visco allo Stalin degli anni piú bui.

Se non c´é dubbio sugli effetti della manovra per i poveri ed i ricchi, non si sa bene cosa succeda alla classe media: secondo il centro-sinistra é favorita, secondo il centro-destra é derubata. Tutto sta ad intendersi dove si colloca il reddito della classe media: se sotto ai 28.000 euro ha ragione Prodi, se sopra i 75.000 ha ragione Berlusconi. Nel mezzo, dipende da tanti fattori: figli a carico oppure no, regione in cui si vive, ecc ecc.

Resta il fatto che secondo i titoli dei giornali italiani l´Italia é (ri)diventata un paese vetero-socialista, che usa pesantemente lo strumento fiscale per diminuire le diseguaglianze sociali. Ma sará vero? Ho provato a fare qualche calcolo e raffronto con la Danimarca, paese di antica tradizione socialdemocratica, dove peró il centro-destra é al governo da due legislature.

Il risultato é nella tabella sotto, dove ho sintetizzato la differenza tra le aliquote medie gravanti sul reddito imponibile di un lavoratore autonomo in Danimarca ed in Italia (utilizzando le nuove aliquote). Per chiarezza: il valore del 10% in corrispondenza di un reddito di 55,000 euro significa che un residente danese con quel livello di reddito paga 5.500 euro in piú all´anno di un residente italiano con pari reddito.

Il raffronto tra le aliquote medie é senz´altro illuminante per chiarire quale sistema abbia un effetto piú marcatamente redistributivo. Infatti, se la differenza tra Danimarca e Italia fosse sempre uguale, potremmo concludere che le tasse in Danimarca sono sí piú alte, ma lo sono per tutti, sia per i “poveri” quanto per i “ricchi”.

Invece non é cosí. La differenza cresce all´aumentare del reddito personale. I “ricchi” danesi pagano proporzionalmente di piú dei ricchi” italiani.

Elaborando ulteriormente dai dati della tabella, risulta che chi risiede in Italia e guadagna 28´000 Euro all´anno, ne paga in tasse 5´800, e chi ne guadagna 75´000 ne paga 24´300, vale a dire che in Italia la differenza impositiva tra un reddito “medio-alto” ed un reddito “medio-basso” é di 18´400 Euro. Un residente in Danimarca che guadagna 28´000 Euro ne paga invece circa 8´700, mentre chi guadagna 75´000 Euro paga 33´700 Euro, vale a dire che in Danimarca un reddito “medio-alto” paga in tasse 25´000 euro all´anno in piú di un reddito “medio-basso”.

Nonostante il governo Prodi abbia invertito la rotta, i “ricchi” italiani possono quindi stare tranquilli. L´Italia é ancora un paese amico, senza contare che di “ricchi” in Italia ce ne sono davvero pochi. Dentisti, avvocati, gioiellieri, ecc. in Italia sono i veri “poveri” almeno a giudicare da quello che dichiarano al Fisco.

Ma che dire della Danimarca? Qui neppure il centro-destra pensa a cambiamenti. Al governo, solo il piccolo partito conservatore ogni tanto prova ad azzardare la richiesta di una riduzione delle tasse, ma poi i sondaggi mostrano che non é creduto neppure dalla propria base.

Anders Fogh Rasmussen nemico della borghesia? Forse Berlusconi lo paragonerebbe a Pol Pot, o a Kim Jong Il. Piú probabilmente é solo un politico realista in un paese normale, quale speriamo che l´Italia divenga, anche a piccoli passi.

Nota:

La tabella non ha valore in relazione all´imposizione fiscale complessiva, dato che in ogni paese i residenti sostengono anche altri prelievi (INPS in Italia ed AM-Bidrag in Danimarca, ICI e Ejendomsskat, ecc. senza contare l´IVA che in Danimarca é del 25% su tutti i prodotti e servizi, mentre in Italia é a seconda dei casi il 10% o il 20%, o addirittura inferiore per alcuni prodotti). A livello medio nazionale, la pressione fiscale danese éperaltro piú elevata di quella italiana (circa il 51%, contro il 41%).

In teoria, anche il confronto sul reddito imponibile potrebbe essere parzialmente fuorviante: in Danimarca si possono dedurre gli interessi passivi, ed anche le spese per raggiungere il posto di lavoro (oltre una certa distanza). In Italia si possono dedurre alcune spese per la ristrutturazione degli immobili, o spese presso le strutture sanitarie private. Non sembra peró che il diverso sistema di deduzioni sia tarato per avvantaggiare i “ricchi” danesi in rapporto ai “ricchi” italiani.

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Monday, September 18, 2006

Svezia: al governo i “moderati”

Di questi tempi , a dire la veritá , moderati sono quasi tutti i partiti, od almeno cosí amano presentarsi. Questa volta gli svedesi hanno premiato (seppur di poco) la coalizione di centro-destra guidata, appunto, dai “moderaterna”.

Molto buono il risultato del partito di Fredrik Reinfeldt, che avanza di oltre 10 punti, ma la vittoria della coalizione non é ampia come qualche sondaggio aveva pronosticato, anche per il crollo del folkpartiet, forse causato anche dalle reazioni al “watergate” scandinavo, con hacker del folkpartiet infiltrati nei computer dei socialdemokraterna.

Dovranno riflettere i socialdemocratici, ma anche il vänsterpartiet, che perde 8 mandati su 30. Leggera avanzata dei verdi.

 Ecco i risultati definitivi:





 

2006

2002

%

Mandat

%

Mandat

Moderaterna

26,1

97

15,2

55

Centerpartiet

7,9

29

6,2

22

Folkpartiet liberalerna

7,5

28

13,4

48

Kristdemokraterna

6,6

24

9,2

33

Socialdemokraterna

35,2

130

40

144

Vänsterpartiet

5,8

22

8,4

30

Miljöpartiet de gröna

5,2

19

4,6

17

Övriga partier

5,7

0

3,1

0

fonte: www.valmyndigheten.se

 

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Saturday, September 16, 2006

Elezioni in Svezia: per chi voteranno i lavoratori?

di Michela Dell’ Anno

Domani la Svezia andrà alle urne e il risultato di queste elezioni sembra tutt’altro che scontato. I due blocchi, quello attualmente al governo formato dai socialdemocratici con gli alleati verdi e vänsterpartiet, e l’allenza di centrodestra, composta da quattro partiti (moderaterna, folkpartiet, kristdemokraterna e centerpartiet) si sono fronteggiati negli ultimi giorni in un testa a testa dall’esito molto incerto. L’ultima proiezione di Synovate Temos, tuttavia, dà stasera un netto vantaggio al centrodestra, che supererebbe la sinistra addirittura del 6,9%.

La campagna elettorale è stata piuttosto deludente dal lato dei contenuti, con la coalizione di centrodestra che ha fatto della lotta alla disoccupazione e del miglioramento della qualità della scuola i suoi cavalli di battaglia,  mentre in particolare i socialdemocratici, capitanati da Persson, troppo spesso si sono limitati a sottolineare il momento positivo che sta attraversando la Svezia dando una ripetitiva e poco credibile visione del paese come migliore dei mondi possibili. A pungolare di quando in quando gli elettori sono stati invece piccoli e grandi scandali, con al centro singoli politici o addirittura interi partiti (ad appena due settimane dal voto è scoppiata la notizia bomba che i vertici di folkpartiet si sono dedicati ad illegali attività da hacker penetrando la rete interna dei socialdemocratici)  ed un aumento molto forte degli atti di vandalismo ai danni delle sedi di partito e dei banchi elettorali sparsi per il paese.

Una vittoria del centrodestra darebbe comunque una certa scossa ad una nazione retta, negli ultimi sessanta anni, in modo praticamente ininterrotto dai socialdemocratici, ma non porterebbe forse ad un forte cambiamento di rotta politica dato che lo sfidante di Göran Persson, Fredrik Reinfeldt, ha spostato il suo partito notevolmente verso il centro, ammorbidendo la linea della riduzione della pressione fiscale ad ogni costo e definendo i suoi nya moderaterna addirittura un nuovo “partito dei lavoratori”

Posted by webmaster at 20:45:29 | Permalink | No Comments »

Saturday, August 19, 2006

Scrivi liberamente, purché…

Commentare un articolo é facile. Basta cliccare sulla parola ”commenti” sotto l´articolo ed inserire il testo. Prima della pubblicazione ti verrá chiesto di confermare la pubblicazione inserendo un codice che troverai sulla pagina stessa (questo serve a confermare che sei un “umano” e non un computer programmato per inondarci di spam).

I commenti sono pubblicati senza censure preventive. Nessun problema ad esprimere dissenso radicale rispetto alla “linea” della testata: i commenti di destra, centro e sinistra ma anche i sopra sotto davanti dietro, sono tutti egualmente benvenuti.

Anche dopo la pubblicazione di norma non interveniamo. Peró ci riserviamo di tagliare i commenti troppo lunghi, ed anche di eliminare i commenti scurrili o ingiuriosi. Cosí come ci permetteremo di intervenire con un “cartellino giallo” verso chi usa regolarmente lo spazio commenti come tribuna per dichiarazioni “fuori tema”, o per fermare i “botta e risposta” a due, quando diventano sterili e non aggiungono nuovi argomenti.

Indispensabili anche nome, cognome ed email. Ognuno deve assumersi la paternità di ciò che scrive.

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Monday, July 31, 2006

Don´t worry, be happy

di Flavio Serra

Secondo una recente ricerca, pubblicata con rilievo sui giornali di molti paesi, inclusi quelli italiani, la felicità è di casa in Scandinavia, e la Danimarca è al primo posto (l’Islanda al quarto, la Svezia al settimo) della classifica mondiale. L´Italia è cinquantesima, agli ultimi posti in Europa.

Sembra la solita notizia estiva, scritta per riempire le colonne dei giornali in mancanza di meglio, invece la ricerca è seria, ed a scavare un po´ si scopre che dietro al sorriso luccicante dei paesi felici c´è un mondo di preoccupazioni (con buona pace della vecchia canzone di Bobby McFerrin).

La “classifica della felicità”, infatti, è un´elaborazione fatta da Adrian White, professore presso l´Università di Leicester sulla base di dati raccolti dalla New Economic Foundation.

I presupposti sono apparentemente condivisibili. La felicità, non la ricchezza, è l´obiettivo dell´esistenza umana, e quindi diventa sempre più importante capire la ricetta della felicità, anche “misurandola” e andando a verificare sul campo le differenze tra paesi “felici” e “infelici”.

Adrian White segnala che la felicità è inoltre significativamente correlata alla salute (aspettativa media di vita), alla ricchezza (PIL pro-capite), ed all´accesso all´istruzione secondaria.

Nota poi che queste tre variabili sono a loro volta correlate tra loro (i ricchi hanno maggiori possibilità di curarsi) e ne conclude saggiamente che la ricchezza resta quindi un obiettivo più che legittimo, anzi che è ingiusto ritenere che il “capitalismo” non porti la felicità, perchè al contrario quelli più ricchi e contenti sono proprio paesi capitalisti.

Mah… come mai allora tutti i paesi dell´Est che il capitalismo l´hanno adottato nelle sue varianti più estreme si trovano agli ultimi posti? E che ai primi posti ci sono paesi capitalisti sì, ma con uno stato “sociale” ben strutturato? E´ lo stesso ambasciatore danese a Londra Svend Olling a dichiarare «per la sensazione di felicità dei danesi è sicuramente importante il fatto che ci esistono differenze minime tra ricchi e poveri».

Tutto bene dunque? Purtroppo no. Sia perchè le opinioni di White entreranno sicuramente nell´arsenale “neocon”, sia (e soprattutto) perchè i dati originali della New Economic Foundation avevano ben altro obiettivo.

Per la New Economic Foundation la felicità infatti è solo uno degli indicatori usati per misurare la felicità del pianeta, che  assieme costruiscono l´Happy Planet Index.

La “felicità” viene rapportata alla durata della vita (non basta essere felici, se poi si muore giovani e la felicità non si riesce a viverla). Ma soprattuto conta quante risorse vengono “bruciate” per generare la felicità di ogni individuo. E si vede che ogni Danese per vivere deve sfruttare circa 6,4 “ettari virtuali” del pianeta (molti in confronto ad un tagiko 0,6, o ad un indiano 0,8).

Se si calcola la “felicità sostenibile” la Danimarca scende così al 99 posto (Norvegia 115, Svezia 119), per una volta preceduta da un´Italia al 66 posto (non tanto per una presunta frugalità italiana, quanto per le vaste sacche di povertà del nostro paese).

Viene quindi il dubbio che a sostenere le spese della felicità danese (e pìù in generale dei paesi “sviluppati”) siano i paesi più poveri (da cui vengono drenate risorse naturali) e le generazioni future (che si trovano un pianeta ampiamente depredato).

Forse le parole dell´Ambasciatore danese (ridurre le differenze tra ricchi e poveri) hanno ancora un senso, ma solo se l´ambito di applicazione è quello globale.

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