Il rovescio dell'inciucio
di Fabrizio Tassinari
Immagina che Fausto Bertinotti dica ad un gruppo fondamentalista di musulmani residenti in Italia di "andare all'inferno." Immagina che a causa di questa e simili esternazioni i sondaggi gli attribuiscano una percentuale di voti pari o superiore al Pd. E immagina anche che la Sinistra arcobaleno vada a togliere consensi ad un partito molto popolare di estrema destra, una specie di mostro di Frankenstein a metà fra la Lega e La Destra di Storace.
Trasposto all'Italia, questo è, per grosse linee, lo sviluppo più significativo nella politica danese dell'ultimo mese. Evito di tradurre nomi, cognomi e sigle; quello che è interessante è a mio parere immaginare uno scenario italiano comparabile e, attraverso quello, capire dove sta andando l'agone politico, o perlomeno la comunicazione politica.
Il compromesso è un'arte sottile e profondamente radicata nella cultura dialettica dell'Europa settentrionale. Piuttosto che al ribasso, è generalmente visto come qualcosa 'al rialzo', frutto della sintesi e dell'abilità di saper assorbire e rielaborare costruttivamente le critiche.
La comunicazione politica in Italia, come sappiamo, è perdutamente polarizzata; basta leggere fra le righe di questa campagna elettorale. Nelle prime settimane, una discussione relativamente pacata fra i partiti maggiori aveva fatto agitare immediatamente lo spettro dell'inciucio--non esattamente il sinonimo di una sintesi al rialzo. E la critica più irriverente, perchè probabilmente credibile, a Veltroni è quella del buonismo 'ma-anchista'. Ora sembra essere tornati al caro vecchio 'manicheismo', al muro contro muro senza troppa soluzione di continuità.
Mi risparmio la conclusione facile e forse logica che la politica nordica avrebbe più bisogno di scontro vero, e quella italiana di compromessi più alti. Mi limito ad osservare il paradosso di un paese come la Danimarca che sembra assuefatto al compromesso, e di un multiculturalismo per molti versi fuori controllo apparentemente necessario a farla risvegliare dal torpore della dialettica politically correct.
Per quanto riguarda l'Italia, evito di addentrarmi in considerazioni fantapolitiche su Grosse Koalition o governi tecnici in caso di pareggio. Mi domando che fine abbia fatto l'abilità della nostra classe politica di comprendere le potenzialità a lungo termine della politica bipartizan, specialmente in fasi come quella attuale, in cui la crisi delle istituzioni e lo stato malandato dell'economia richiederebbero scelte concordate.
E mi limito a ricordare che è stato appena celebrato il trentennale del rapimento di uno statista che per il 'compromesso storico' finì col pagare il prezzo più alto.
Pubblicato su Scandinaria e sul blog di Fabrizio
La comunicazione politica in Italia, come sappiamo, è perdutamente polarizzata; basta leggere fra le righe di questa campagna elettorale. Nelle prime settimane, una discussione relativamente pacata fra i partiti maggiori aveva fatto agitare immediatamente lo spettro dell'inciucio--non esattamente il sinonimo di una sintesi al rialzo. E la critica più irriverente, perchè probabilmente credibile, a Veltroni è quella del buonismo 'ma-anchista'. Ora sembra essere tornati al caro vecchio 'manicheismo', al muro contro muro senza troppa soluzione di continuità.
Mi risparmio la conclusione facile e forse logica che la politica nordica avrebbe più bisogno di scontro vero, e quella italiana di compromessi più alti. Mi limito ad osservare il paradosso di un paese come la Danimarca che sembra assuefatto al compromesso, e di un multiculturalismo per molti versi fuori controllo apparentemente necessario a farla risvegliare dal torpore della dialettica politically correct.
Per quanto riguarda l'Italia, evito di addentrarmi in considerazioni fantapolitiche su Grosse Koalition o governi tecnici in caso di pareggio. Mi domando che fine abbia fatto l'abilità della nostra classe politica di comprendere le potenzialità a lungo termine della politica bipartizan, specialmente in fasi come quella attuale, in cui la crisi delle istituzioni e lo stato malandato dell'economia richiederebbero scelte concordate.
E mi limito a ricordare che è stato appena celebrato il trentennale del rapimento di uno statista che per il 'compromesso storico' finì col pagare il prezzo più alto.
Pubblicato su Scandinaria e sul blog di Fabrizio
Uno: sul "fenomeno" danese dove il Socialistisk Folkeparti ruba voti alla destra. Politicamente le posizioni SF non si sono spostate molto... è proprio dell´internazionalismo marxista (contrapposto al nazionalismo borghese) considerare che certi diritti e valori sono non-negoziabili e non-relativizzabili - e che quindi l´integralismo totalitario religioso va condannato, sia esso cattolico, mussulmano o altro. La novità principale sono i toni ed il linguaggio "da osteria". Morale: anche qui vince la politica-spettacolo. L'uscita chiassosa concquista titoli di giornali, commenti,sondaggi, ecc ecc. - il politico diventa una "star" e la sua popolarità finisce per contare più delle sue reali posizioni politiche. In questo Berlusconi è stato maestro, conquistando prime pagine con affermazioni un giorno fatte ed il giorno dopo smentite.
Due: sul tema, l'islam. Pare che la nostra società non sia in grado di sopravvivere senza un "nemico esterno" e finiti i comunisti ce la prendiamo con i mussulmani. Per cui l'uscita di Søvndal (il leader SF) che in realtà ce l'ha con un'organizzazione integralista, viene applaudita da tutti perchè si inserisce nel clima imperante di scontro di civiltà (vedasi il papa che battezza personalemte in mondovisione Maghdi Allam). Se Søvndal avesse scelto un altro tema (che so, i programmi TV spazzatura) e mandato "a quel paese" i produttori di X-Factor l'uscita sarebbe stata altrettanto chiassosa, ma l' effetto disastroso. Il politico "star" quindi esterna chiassosamente solo quando sa di cavalcare un'onda populista, se no zitto e mosca.
Tre: su inciuci e compromessi. Secondo me il timore dell´inciucio non viene tanto dal fatto che Veltroni ha "abbassato i toni" ma dalla "sfuggevolezza/inconsistenza" politico/idelogica del PD, che vanta un incredibile assortimento di posizioni "interne": il clericalismo della Binetti ed il laicismo della Bonino, il fare vetero-padronale di Calearo e quello operaio-sindacale di Nerozzi. Lo scontro con il PDL è più sulla credibilità personale delle diverse "cordate politiche" che non sulle soluzoni ai problemi concreti tanto che entrambi si accusano reciprocamente di "copiare" i relativi programmi. Il compromesso storico (teorizzato da Berlinguer, accettato nei fatti da Moro) era ben altro, la ricerca di una mediazione a partire da posizioni diverse, chiare e distinte. Chiarezza che oggi manca, chiunque vinca le elezioni. (Comment this)
Davide (Comment this)
Dopo che ho scritto il post, ho letto un interessante articolo su questo numero di (Comment this)
Comunque scrivevo che c'e' un bell'articolo su "Foreign Affairs" di questo mese intitolato "the Copenhagen Consensus". L'autore spiega egregiamente alcune delle cose a cui accenno sopra e ha diversi altri spunti. Meriterebbe, e tempo permettendo meritera', un altro post. (Comment this)