Palla al centro, le ali vanno in gol.
di Flavio Serra
In Danimarca, come in Gran Bretagna, le elezioni anticipate non sono sinonimo di crisi del governo, al contrario in genere vengono convocate proprio quando la maggioranza al governo pensa di avere buone chance di riconfermare o aumentare i propri voti.
Quando meno di un mese fa il premier Anders Fogh Rasmussen decise di convocare le elezioni, a poco più di due anni dalle precedenti, aveva sicuramente la speranza di fare una tranquilla passeggiata: il piccolo partito della sinistra radicale (Enhedslisten) era in crisi a causa della cooptazione nell' esecutivo di una giovane mussulmana favorevole alla Sharia ed alla pena di morte, i tradizionali alleati di centrosinistra Socialdemocratici e Radicali divisi su molti fronti, il nuovo partito Nuova Alleanza (nato da una scissione dei Radicali ma a cerca di consensi nel centro-destra) era ancora in fase di strutturazione.
Le elezioni si sono invece rivelate più competitive: Socialdemocratici e Radicali si sono ricompattati, l' affluenza al voto è stata molto elevata, il risultato è stato in bilico fino alla vigilia.
E se oggi Anders Fogh può tirare un sospiro di sollievo (sarà ancora primo ministro), il suo partito arretra ancora e la maggioranza è più risicata di prima: a fronte di una maggioranza di 91 mandati, il blocco di governo ottiene 89 voti (erano 94) contro 81 del centrosinistra, ma potrà certamente contare su 1 o 2 mandati dei rappresentanti delle isole Faroer e assai probabilmente sui 5 mandati di Nuova Alleanza.
Se si guarda al di là del risultato contingente però, il vero perdente è il "centro" di destra come di sinistra. Venstre (il partito di Anders Fogh) perde 6 mandati, i Socialdemocratici ne perdono 2 (il peggior risultato dal 1906, ma si rallegrano pensando che poteva andare peggio), i Radicali ne perdono addirittura 8.
In Danimarca, come in Gran Bretagna, le elezioni anticipate non sono sinonimo di crisi del governo, al contrario in genere vengono convocate proprio quando la maggioranza al governo pensa di avere buone chance di riconfermare o aumentare i propri voti.
Quando meno di un mese fa il premier Anders Fogh Rasmussen decise di convocare le elezioni, a poco più di due anni dalle precedenti, aveva sicuramente la speranza di fare una tranquilla passeggiata: il piccolo partito della sinistra radicale (Enhedslisten) era in crisi a causa della cooptazione nell' esecutivo di una giovane mussulmana favorevole alla Sharia ed alla pena di morte, i tradizionali alleati di centrosinistra Socialdemocratici e Radicali divisi su molti fronti, il nuovo partito Nuova Alleanza (nato da una scissione dei Radicali ma a cerca di consensi nel centro-destra) era ancora in fase di strutturazione.
Le elezioni si sono invece rivelate più competitive: Socialdemocratici e Radicali si sono ricompattati, l' affluenza al voto è stata molto elevata, il risultato è stato in bilico fino alla vigilia.
E se oggi Anders Fogh può tirare un sospiro di sollievo (sarà ancora primo ministro), il suo partito arretra ancora e la maggioranza è più risicata di prima: a fronte di una maggioranza di 91 mandati, il blocco di governo ottiene 89 voti (erano 94) contro 81 del centrosinistra, ma potrà certamente contare su 1 o 2 mandati dei rappresentanti delle isole Faroer e assai probabilmente sui 5 mandati di Nuova Alleanza.
Se si guarda al di là del risultato contingente però, il vero perdente è il "centro" di destra come di sinistra. Venstre (il partito di Anders Fogh) perde 6 mandati, i Socialdemocratici ne perdono 2 (il peggior risultato dal 1906, ma si rallegrano pensando che poteva andare peggio), i Radicali ne perdono addirittura 8.
La cosa è abbastanza comprensibile: nonostante i tentativi propagandistici di differenziarsi, questi partiti sono d' accordo su quasi tutto, anche se per ragioni storiche si muovono in una netta ottica bipolare (dove anche gli irrequieti radicali tornano sempre all'ovile). Gli elettori hanno quindi premiato chi ha saputo differenziarsi con richieste più chiare all' interno di entrambi gli schieramenti. In altre parole:
Il Centro (Venstre/ Socialdemocratici/ Radicali) -16 mandati: no all' aumento delle tasse, sì al welfare, sì al settore pubblico, sì all'Europa, sì a politiche restrittive sull' immigrazione con lievissimi ritocchi.
La sinistra (Partito Socialista Popolare/ Enhedslisten) +10 mandati: migliorare i servizi pubblici, tassare le multinazionali, rivedere le norme più discriminatorie sull'immigrazione, ni all'Europa
I conservatori (Partito Popolare Conservatore/ Nuova Alleanza) +5 mandati: abbassare le tasse, rivedere le norme più discriminatorie sull'immigrazione (le aziende hanno bisogno di braccia), sì all'Europa.
La destra xenofoba (Partito Popolare Danese) +1 mandato: mantenere le norme discriminatorie anti-immigrazione, ghettizzare le minoranze etniche, mantenere il welfare (per i danesi doc), premiare economicamente i propri elettori (aumento degli assegni sociali per gli anziani), no all'Europa.
Difficile immaginare grandi sconquassi nei prossimi anni: forse qualche marginale ritocco in riduzione delle tasse (peraltro le più alte in Europa e forse nel mondo), qualche marginale ritocco alle politiche sull'immigrazione, qualche piccolo premio agli elettori della destra xenofoba.
Ma anche buone notizie: quasi sicuramente la Danimarca non farà un referendum sul trattato Europeo, che il centro-sinistra sarebbe stato tentato di indire (e di perdere, facendo entrare in crisi tutto il continente).
Inoltre, se le promesse fatte da tutti i partiti verranno mantenute, una maggioranza oceanica approverà consistenti investimenti per lo sviluppo delle fonti rinnovabili di energia, dove già oggi la Danimarca si posiziona ai primi posti nel mondo. La bandiera dell' ambientalismo infatti è stata raccolta dai Conservatori, e viene sventolata anche da Venstre.
In Italia, nel frattempo...
Eh no, stavolta il raffronto ce lo risparmiamo, e restiamo raccolti nel nostro amaro silenzio...
Il Centro (Venstre/ Socialdemocratici/ Radicali) -16 mandati: no all' aumento delle tasse, sì al welfare, sì al settore pubblico, sì all'Europa, sì a politiche restrittive sull' immigrazione con lievissimi ritocchi.
La sinistra (Partito Socialista Popolare/ Enhedslisten) +10 mandati: migliorare i servizi pubblici, tassare le multinazionali, rivedere le norme più discriminatorie sull'immigrazione, ni all'Europa
I conservatori (Partito Popolare Conservatore/ Nuova Alleanza) +5 mandati: abbassare le tasse, rivedere le norme più discriminatorie sull'immigrazione (le aziende hanno bisogno di braccia), sì all'Europa.
La destra xenofoba (Partito Popolare Danese) +1 mandato: mantenere le norme discriminatorie anti-immigrazione, ghettizzare le minoranze etniche, mantenere il welfare (per i danesi doc), premiare economicamente i propri elettori (aumento degli assegni sociali per gli anziani), no all'Europa.
Difficile immaginare grandi sconquassi nei prossimi anni: forse qualche marginale ritocco in riduzione delle tasse (peraltro le più alte in Europa e forse nel mondo), qualche marginale ritocco alle politiche sull'immigrazione, qualche piccolo premio agli elettori della destra xenofoba.
Ma anche buone notizie: quasi sicuramente la Danimarca non farà un referendum sul trattato Europeo, che il centro-sinistra sarebbe stato tentato di indire (e di perdere, facendo entrare in crisi tutto il continente).
Inoltre, se le promesse fatte da tutti i partiti verranno mantenute, una maggioranza oceanica approverà consistenti investimenti per lo sviluppo delle fonti rinnovabili di energia, dove già oggi la Danimarca si posiziona ai primi posti nel mondo. La bandiera dell' ambientalismo infatti è stata raccolta dai Conservatori, e viene sventolata anche da Venstre.
In Italia, nel frattempo...
Eh no, stavolta il raffronto ce lo risparmiamo, e restiamo raccolti nel nostro amaro silenzio...