Sunday, April 15, 2007

Invasione aliena in Danimarca

di Flavio Serra

L’”invasione degli ultracorpi” è un film cult degli anni ‘50 che racconta l’invasione di una cittadina americana da parte di esseri spaziali che copiano perfettamente gli abitanti ai quali si sostituiscono durante il sonno. Il film, che dette vita ad un filone, venne spesso interpretato come un richiamo subliminale maccartista (messaggio: il tuo vicino potrebbe non essere un tranquillo americano ma un pericoloso infiltrato sinistroide).

Come leggere allora i risultati del “test di danesità” messo a punto dal Ministero per l’ Integrazione danese, per mettere alla prova chi richiede la cittadinanza danese e recentemente varato tra mille polemiche (con la sostituzione in corsa di due domande e la modifica di formulazione e risposte di altre 22 domande su un totale di 200)?

Secondo una ricerca fatta dall’ istituto Userneeds per il quotidiano Jyllands Posten e pubblicata a puntate  il 7 ed il 13 aprile 2007 risulta infatti che circa il 7% dei danesi messo alla prova non è in grado di superare il test. Invasori alieni in Danimarca? La lettura integrale dei risultati offre anche spunti divertenti, ad esempio quando i “bocciati” sono divisi per partito di riferimento.

I più “danesi” (98% di promossi) risultano gli elettori del partito radicale (il più accanito oppositore delle riforme anti-immigrazione), mentre i nazionalisti xenofobi del Danske Folkeparti, entusiasti in merito all’ introduzione del test, si rivelano  in grave difficoltà quando si tratta di superarlo (tra le loro fila i bocciati sono il 12%).

Il fatto è che il test è semplicemente una prova di tipo nozionista, ed accanto a poche domande di spiccato valore nazional-popolare (es. in che anno la nazionale femminile di pallamano ha vinto il campionato mondiale) ne fioccano parecchie di tipo vetero-scolastico (chi ha scritto nel ‘700 la commedia “Jeppe på Bjerget”), e quindi privilegia le élites istruite a scapito delle classi popolari: il test è superato assai più facilmente dai lettori di Politiken o Information (97% di promossi) che da quelli di BT o Ekstrabladet (13% di bocciati).

Nessun problema nella pratica. Le 200 domande del test e le relative risposte sono disponibili online sul sito del ministero (www.nyidanmark.dk - cercare infødsretsprøve) ed il relativo opuscolo stampato costa 20 corone. Gli interessati potranno tranquillamente impararle a memoria (un po’ come per il test sulla patente di guida).  Se l’obiettivo però era quello di un test “formativo” che aiutasse ad orientarsi nel Paese di cui si otterrà la cittadinanza, sarebbe stato più utile porre domande di concreta utilità, come ad esempio le competenze dei diversi uffici pubblici (difficile per gli stranieri immaginarsi che in Danimarca, per attestati di nascita e morte, o per i funerali, ci si deve rivolgere alla Folkekirke, anche se si appartiene ad altre confessioni o non si è credenti).

Resta quindi la domanda su che senso abbia un test di questo tipo, con tutta l’organizzazione burocratica che si trascina dietro: probabilmente nessuno, se non quello di essere un costoso tributo alla sempre più soffocante ideologia nazionalista della destra danese (purtroppo condivisa anche da una parte dei socialdemocratici).

Ben più gravi sono altri “effetti collaterali” di questa ideologia: restrizioni fortissime al rilascio di permessi di soggiorno (es. la necessità di dimostrare di essere più legati alla Danimarca che al proprio Paese d’origine), leggi discriminatorie (la regola “dei 24 anni” che si stima avere costretto circa 5.000 coppie miste a trasferirsi da Copenhagen a Malmoe), limitazioni alle riunificazioni famigliari ed al diritto di asilo. Ma anche discriminazioni di fatto nell’ accesso al lavoro.

Ed in Italia?

Apparentemente da noi le cose sono più facili… anche i bisnipoti di emigranti possono ottenere la nazionalità italiana, in aggiunta a quella del loro Paese di elezione, per il solo diritto di discendenza. Nessun test su chi ha scritto “La locandiera”, nessun test linguistico… ma si presume una buona conoscenza della legislazione pensionistica (ai residenti in Brasile basta una settimana di contributi - anche figurativi - per accedere alle pensioni italiane e relative integrazioni al minimo).

Le cose cambiano quando invece che ai “diritti di sangue” si guarda a chi in Italia ci vive, ci lavora pagandovi le tasse, e magari ci è pure nato. La proposta del governo Prodi di abbassare a cinque anni il periodo di residenza per poter richiedere la cittadinanza sta affrontando l’iter parlamentare con mille cautele e tra gli strepiti della destra, ma almeno è un passo avanti nella giusta direzione.

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Sunday, April 8, 2007

Qualche onda nello stagno svedese

di Michela Dell’Anno

Grandi nuove dalla Svezia: pochi giorni fa, per bocca di due ex-ministre, i Socialdemocratici svedesi hanno finalmente fatto un importante mea culpa a proposito della recente sconfitta elettorale. Sarà perché proprio da poco è stato eletto il nuovo segretario del partito, Mona Sahlin – ultima candidata donna rimasta dopo diversi rifiuti, in particolare quello pesante di Margot Wallström – e sembra che una ventata d’aria nuova attraversi l’establishment della rosa rossa, sarà perché la figura del patriarca Persson ha ricevuto ulteriori picconate da un documentario, sotto forma di intervista fiume, prodotto dalla tv svedese e trasmesso in questi giorni, in cui il buon Göran, nel corso dei suoi anni da primo ministro, non si fa scrupolo di lanciare accuse, critiche, recriminazioni nei confronti di collaboratori e non e fa affermazioni che talvolta, pare, rasentano vere e proprie calunnie; qualcosa in ogni caso si sta muovendo.

E così, a distanza di vari mesi, i Socialdemocratici ammettono di avere grosse responsabilità nella campagna che li ha portati alla perdita della guida del paese: hanno sottovalutato la compattezza del blocco conservatore, non hanno saputo reagire davanti al fatto che i “nuovi Moderati” si sono appropriati di parti della politica socialdemocratica traendone grossi vantaggi, hanno sbagliato strategia in particolare per quanto riguarda la politica del lavoro e, soprattutto, si sono arroccati in una posizione difensiva, lodando e sostenendo fino all’ultimo il proprio operato come il migliore dei governi possibili, senza ammetterne le debolezze e promettere cambiamenti per il futuro. Un plauso a questo gesto che indica finalmente un ripensamento, un atto di umiltà e, speriamo, un rilancio per un partito che ora deve fare un’opposizione convincente.

E nel frattempo, il neonato governo, quali passi avanti ha fatto in questi primi sei mesi abbondanti di vita? Se si pensa ai progressi che compie un essere umano dalla nascita a sei mesi, ci si dovrebbe aspettare una crescita ed una maturazione sbalorditiva, ma il paragone si deve fermare qui perché evidentemente qualcosa è venuto a mancare al governo Reinfeldt già dai primi giorni. La famosa compattezza di vedute dei partiti dell’alleanza ha mostrato crepe quasi immediatamente e, dopo gli anni della leadership di Persson – onnipresente, debordante, autocelebrativa e patriarcale – sembra che il nuovo capo del governo abbia fatto un fioretto promettendo di essere l’estremo opposto: invisibile, silenzioso, umile ed operante nell’ombra più totale. Certo, lasciare spazio a collaboratori ed alleati può essere positivo, a meno che questi inizino a prendersi pericolose libertà e compiere curiose deviazioni dal programma comune, come ad esempio il capo dei Cristiano Democratici, oppure conquistino le luci della ribalta mediatica grazie alla loro colorita personalità e ad una serie di preoccupanti scandali a base di conflitti d’interesse, come il Ministro degli Esteri Bildt.

Certo, la congiuntura economica continua ad essere molto positiva, il mercato del lavoro sembra dare segni di vita (ma non può certo essere già il frutto delle nuove misure prese), eppure già solo l’introduzione delle famose nuove, severe regole relative alla cassa disoccupati – presentate chiaramente già in campagna elettorale, va detto – sembra abbia fatto perdere alla destra l’appoggio popolare, con un vero crollo nei sondaggi d’opinione.

Qualcosa si muove, dunque: chissà che da qui alle prossime elezioni la politica svedese non diventi quasi uno stimolante ed interessante campo di confronto piuttosto che un tranquillo laghetto melmoso in un giorno senza vento.

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