Ridurre il deficit é di destra o di sinistra?
di Flavio Serra
In Italia come in Danimarca é tempo di legge finanziaria, ed i ministri in carica sono sotto tiro: tanto Padoa Schioppa come Thor Pedersen si rifiutano di allargare i cordoni della borsa. Le situazioni economiche di partenza sono apparentemente opposte, cosí come il colore dei rispettivi governi, ma la ricetta é la stessa, e risulta indigesta oltre che incomprensibile alle opinioni pubbliche nazionali.
I governi si appellano alle leggi dell´economia (“scienza triste” secondo l´ottocentesca definizione di Carlyle), ma é davvero possibile che non esistano spazi di libertá e che in questo campo destra e sinistra si equivalgano?
Vediamo innanzitutto la situazione danese. Nel 2005 lo stato ha registrato un avanzo di bilancio intorno ai 72 milioni di corone (poco meno di 10 miliardi di Euro), ed anche nel 2006 si prevede un avanzo consistente. Il governo intende usare questo avanzo per ridurre un debito pubblico che si colloca giá ai livelli piú bassi in Europa (circa 550 miliardi di corone a fine 2005 - di questo passo verrebbe azzerato entro il 2013).
Qui l´economia va bene ed il denaro non manca! Allora, perché non usarne anche solo una parte per migliorare i servizi, o per ridurre le tasse?
Sembrerá un paradosso, ma é proprio il boom economico a sconsigliare un´aumento della spesa pubblica (od una riduzione del prelievo fiscale). La disoccupazione é quasi azzerata (pochi giorni fa a Frederiksborg sono stati assunti 30 postini svedesi, che probabilmente faranno i pendolari da Malmø). Immettere altro denaro creerebbe una situazione di surriscaldamento economico: distorsioni della domanda ed inflazione, senza benefici apprezzabili (il prodotto interno non aumenterebbe piú di quanto non stia giá facendo).
La scelta di ridurre il debito é quindi saggia, e lungimirante. Infatti, se in futuro lo sviluppo si arrestasse, l´aumento della spesa, e del debito, sarebbero strumenti del tutto legittimi e praticabili.
Tutto il contrario dell´Italia.
Nel Bel Paese l´economia stenta, e secondo la vulgata keynesiana, una buona iniezione di denaro pubblico avrebbe un´effetto stimolante sulla domanda. La crescita economica porterebbe successivamente un incremento del gettito fiscale.
La realtá non é cosí semplice. In primo luogo perché la domanda pubblica dovrebbe potersi indirizzare esclusivamente nei settori dove l´offerta eccede la domanda per ragioni congiunturali e non strutturali (in caso contrario si genera inflazione, e si indirizzano gli sforzi produttivi verso prodotti e servizi che non interessano alla collettivitá).
In secondo luogo perché la leva della spesa pubblica in Italia é giá stata ampiamente (ab)usata, tanto che il debito pubblico ha raggiunto un valore record, pari a circa 1´500 miliardi di Euro.
E allora? Giordano, segretario di Rifondazione, dichiara che tutto sommato del debito lui non si preoccupa troppo, trovandosi cosí per una volta in compagnia di Berlusconi, che quando al Governo del risanamento se ne é sempre infischiato, polemizzando con l’Unione Europea, ed i vincoli di Maastricht.
Allora il problema é che dove c’é un debito, c´é anche un credito. In altre parole, privati cittadini o istituzioni finanziarie che hanno sottoscritto titoli pubblici, ricevendone in cambio interessi ai tassi di mercato. Per un totale di quasi 70 miliardi di Euro.
Una cifra paragonabile alla spesa per la pubblica istruzione. E quindi una pesantissima palla al piede: pensiamo per un istante a tutto quello che si potrebbe fare, in termini di istruzione, salute, ricerca, opere pubbliche, se non si dovessero spendere ogni anno 70 miliardi di Euro in interessi.
Ma anche una spada di Damocle. I tassi di interesse (grazie all´Euro, anche di questo Berlusconi si é sempre scordato) non sono mai stati cosí bassi. Ma potrebbero salire, con effetti esplosivi. Qualche settimana fa, la banca centrale europea ha aumentato il costo del denaro dello 0,25%. Sembra assai poco. Ma, semplificando, questo incremento tradotto nei conti pubblici italiani rappresenterebbe 3,7 miliardi di maggiori uscite, soldi sottratti a salute, istruzione ecc. ecc.
Anche (e forse ancora di piú) per l´Italia, la riduzione del debito é una prioritá ineludibile. E se in Danimarca il debito viene ridotto per davvero, l´obiettivo del governo italiano (e di Maastricht) é quantomeno di ridurlo “in percentuale rispetto al Prodotto Interno Lordo”. In altre parole, il debito crescerá, ma meno dell´economia, e quindi dará meno fastidio.
Il risanamento non é di destra o di sinistra. Ma di destra o di sinistra sono le politiche per risanare.
Tagliare i servizi, o aumentare le tasse? Tassare i cittadini, o le aziende? Tassare tutti, o solo i ricchi? Chiudere un occhio, o combattere seriamente l´evasione?
Da questo punto di vista, pur se con prudenza e qualche contraddizione, il governo Prodi sta operando con serietá, ed in piena linea con il mandato ricevuto dall’ elettorato di centro-sinistra, e sarebbe auspicabile che l´Unione facesse uno sforzo maggiore per comprendere ed illustrare agli italiani questo disegno strategico, dando un po´meno risalto alle forse inevitabili divergenze interne sui dettagli della manovra.
Note:
Sono consapevole che il contenuto è infarcito di semplificazioni raccappriccianti, ma credo non tanto da inficiare il ragionamento. Ad esempio: dato che una buona parte del debito pubblico è costituito da titoli a medio/lunga scadenza, l’ impatto dell´aumento dei tassi é dilazionato nel tempo, anzi nel breve termine possono tuttora verificarsi risparmi, quando vengono rifinanziati titoli emessi in anni lontani, ad interessi più elevati. Tali risparmi peró sono minori di quelli che si sarebbero potuti avere con tassi piú bassi, e nel caso i tassi non tornino a scendere, é corretto prospettare un aumento nella spesa per interessi.
Sarebbe inoltre interessante approfondire gli aspetti “redistributivi” della spesa per interessi (che si configura come un prelievo a danno dei “produttori” ed un´elargizione a favore dei “redditieri”), anche per quanto riguarda gli effetti di tale redistribuzione sulla domanda interna (se, come sembra corretto presumere, i redditieri hanno minore propensione al consumo dei lavoratori, la “qualitá” della spesa per interessi é bassa, anche perchè che non stimola l´economia).
Un altro approfondimento potrebbe riguardare l´impatto della spesa sugli interessi in rapporto alla bilancia dei pagamenti (molti titoli pubblici sono collocati presso investitori istituzionali stranieri).
Da non approfondire assolutamente invece tutte le questioni relative alla possibilità di finanziare il disavanzo con emissione di valuta e più in generale tutte le questioni di politica monetaria: mi viene mal di capo solo a pensare a tutte le possibili disquisizioni in merito!