Saturday, November 25, 2006

Flexsecurity: mito o modello?

di Livia Petersen 

Gli italiani sono i più pessimisti in Europa sulle possibilità di trovare e poter mantenere un posto di lavoro. I danesi sono i più ottimisti. Lo rivelano i dati dell’Eurobarometro che ha condotto uno studio commissionato dalla Commissione europea. I motivi di questo divario sono diversi, ma certamente in Italia le occasioni di lavoro sono minori e minore è la sicurezza di poter trovare una sistemazione in cui realizzarsi senza rischiare di restare discoccupati. Anche per questo in Italia, come in altri paesi europei, si guarda con sempre maggiore interesse al cosiddetto “modello danese” e alla formula della “flexsecurity” come ad uno strumento miracoloso. Flexsecurity vuol dire in sostanza che le aziende sono libere di licenziare quando lo ritengono opportuno senza far altro che dare un preavviso di 5 giorni, e che al lavoratore licenziato lo stato garantisce la sicurezza del reddito insieme ad una serie di misure per reinserirlo nel mercato del lavoro. Dunque flessibilità da parte delle aziende e sicurezza per i lavoratori, ma con diverse possibilità di attuazione di cui è bene comprendere i meccaismi, anche per riuscire a capire quanto un sistema come questo possa venire adottato in un paese come l’Italia.

La flexsecurtity venne introdotta dai socialdemocratici negli anni 90 come una formula tesa a rinnovare quel welfare-state che era stato inteso fino ad allora come garante a tempo indetereminato dalla emaginazione sociale sopravvenuta a causa di situazioni problematiche come la disoccupazione, un divorzio, una malattia invalidante e così via. Ma negli anni 90 la disoccupazione raggiunse livelli tali da richiedere degli interventi che portarono i socialdemocratici a modificare il welfare introducendo dei limiti di tempo ai sussidi di disoccupazione (4anni) ed a creare una politica attiva del mercato del lavoro che puntasse alla formazione dei lavoratori per poterli reinserire in altri settori. Da quel momento si passò dal modello di uno stato assistenziale-indennizzante, che interviene quando l’esclusione sociale è avvenuta, a quello di uno stato che investe in ogni individuo per garantire che rimanga legato al mercato del lavoro attraverso una formazione continua.

Il professor Ove Kaj Pedersen, che sta a capo del Centro Business and Politics della Business School di Copenaghen, definisce questo secondo modello come quello di uno stato concorrenziale che deve investire in un’economia del futuro e in una forza lavoro che oggi appaiono meno prevedibili di quanto non lo fossero in passato. Secondo lui il welfare si trasforma così da un costo economico ad un investimento sociale. Questo richiede di formare una forza lavoro in grado di concorrere sul piano internazionale, di rendere attivi tutti coloro che sono in età lavorativa con degli incentivi e delle motivazioni e in caso di rifiuto costringerli con delle sanzioni economiche. Se questo è il modello che ha reso quella danese un’economia forte e stabile anche qui non mancano però alcuni difetti.. Nostante tutta l’enfasi che viene data alla maggiore qualificazione individuale in Danimarca la flexsecurty punisce proprio le persone maggiormente qualificate. Per questo i compensi massimi decisi dal governo in caso di disoccupazione sono parecchio inferiori agli stipendi e l’obbligo di reinserirsi nel mercato del lavoro in tempi brevi troppo spesso le costringe a dover accettare di svolgere attività meno legate alle proprie competenze. In questo modo il lavoro non risponde più ad una propria scelta personale legata alle proprie vocazioni professionali, ma si trasforma in un obbligo imposto come un dovere. La politica di welfare adottata dal governo di Fogh tende poi a dare priorità alla flex più che alla security, dicono i sindacati, anche quando punta a ridurre i sussidi sociali per le fasce d’età fra i 25-29 anni e fra i 55-60 per incentivarle al lavoro. Questo non potrà che creare maggiore precarietà e frustrazione, senza parlare della situazione discriminante in cui si trovano gli immigrati che ricevono sempre di meno e restano ugualmente esclusi dal mercato del lavoro . Anzichè accantonare denaro per potere ridurre le tasse, si dovrebbe investire meglio nella riqualificazione e nell’integrazione, sostengono i socialdemocratici. In altre parole anche la flexsecurity può essere di sinistra oppure di destra.

Comunque sia, con tutti i suoi limiti il modello danese funziona molto meglio di quello italiano. È realistico pensare di adottarlo anche in Italia? La prima considerazione da fare è che la ricetta danese è basata su quella che gli esperti chiamano “un’economia negoziata”, nata già negli anni 30 attraverso un vero e proprio patto sociale stipulato fra il capitale e i rappresentanti del mondo del lavoro, tale da lasciare alle imprese la piena gestione del mercato e al governo socialdemocratico la ricerca della maggiore equità sociale attraverso una redistrubuzione dei redditi tesa a garantire a tutti dei servizi pubblici efficienti. Qui la concertazione esiste da quasi un secolo senza quella conflittualità che ha segnato sempre l’Italia a causa del suo modello politico e sociale. Ma anche la situazione contingente non aiuta: dopo il governo Berlusconi la situazione della finanza pubblica in Italia è disastrosa ed in questa fase è molto difficile pensare di accrescere la pressione fiscale e trovare le risorse necessarie per finanziare la security e per investire nella riqualificazione. In Danimarca il debito pubblico è a livelli minimi e proprio quest’anno si è arrivati ad un notevole surplus. Da invece noi prima di ogni cosa occorrerà risanare! Un aspetto positivo per il momento è la ripresa da parte del governo Prodi della concertazione, il resto forse in futuro sarà possibile ma con molta gradualità.

Posted by webmaster at 08:29:40 | Permalink | Comments (11)

Tuesday, November 21, 2006

Il trombaio di Scalfari

di Ciullo d´Alcamo

Pling, pling, pling… Marisaaaa chiama il trombaio

Marisa (al telefono col trombaio): Si, guardi venga subito! Il rubinetto perde e non sappiamo cosa fare.

Trombaio: Mo’ vedo, Signò… C’ho mille cose da fare… ma per il dottò se po’ fare…

Casa Scalfari, una qualunque mattina lavorativa. Eugenio, il direttore è al giornale, per essere intervistato sul tema del lavoro nero.

Marisa: Ecco il dottore!

Scalfari: Si, scusi, quanto le devo per la riparazione del rubinetto?

Trombaio: faccia lei, dotto’

Scalfari (mettendo 50 € in mano la Trombaio): Ecco!

Trombaio: Ah dottò, è un po’ poco …

Scalfari: Mi ha detto di fare lei… (prendendo altri 50 €) Va’ bene così?

Trombaio: Grazie, dottò, arrivederci.

Scalfari: …e lo scontrino, voglio dire, la fattura o quanto meno la ricevuta fiscale?

Trombaio: Ah dottò? Io gli’a faccio : ce mettemo pure l’IVA e la chiamata urgente in tutto fa altri 50 €…

Scalfari: No, vabbè…Lasci stare… Arrivederci.

Il trombaio di Scalfari va’ via, certo di non pagare le tasse. Scalfari ha il suo rubinetto riparato. Il trombaio ha fatto un danno a tutta la collettività. Scalfari, per paura che la prossima volta, in caso di bisogno, il trombaio non risponda alla sua chiamata, non insiste oltre contribuendo al danno stesso in misura esattamente uguale all’artigiano. E così in un’orgia di dentisti-trombai, tassisti-trombai, avvocati-trombai, farmacisti-trombai, benzinai-trombai 100 miliardi di € vengono a “trombati” dalle casse dello stato il quale, poi, per far quadrare i conti di anni dissennati di economia berlusconiana, si vede costretto a prenderne meno della metà forzosamente dagli italiani. Sorge spontanea una domanda: non era meglio che Scalfari avesse pagato il trombaio non a nero e che quest’ultimo avesse pagato le tasse in modo da non doverle poi comunque pagare? E voi… “trombate”?

Note:

  • Trombaio è un toscanismo per “idraulico”
  • Marisa, ipotetica colf di Scalfari, è personaggio di fantasia
  • Per altri particolari, si rinvia alla videointervista di Scalfari comparsa su Repubblica TV
Posted by webmaster at 19:54:40 | Permalink | No Comments »

Saturday, November 11, 2006

Ridurre il deficit é di destra o di sinistra?

di Flavio Serra 
 
In Italia come in Danimarca é tempo di legge finanziaria, ed i ministri in carica sono sotto tiro: tanto Padoa Schioppa come Thor Pedersen si rifiutano di allargare i cordoni della borsa. Le situazioni economiche di partenza sono apparentemente opposte, cosí come il colore dei rispettivi governi, ma la ricetta é la stessa, e risulta indigesta oltre che incomprensibile alle opinioni pubbliche nazionali.
 
I governi si appellano alle leggi dell´economia (“scienza triste” secondo l´ottocentesca definizione di Carlyle), ma é davvero possibile che non esistano spazi di libertá e che in questo campo destra e sinistra si equivalgano?
 
Vediamo innanzitutto la situazione danese. Nel 2005 lo stato ha registrato un avanzo di bilancio intorno ai 72 milioni di corone (poco meno di 10 miliardi di Euro), ed anche nel 2006 si prevede un avanzo consistente. Il governo intende usare questo avanzo per ridurre un debito pubblico che si colloca giá ai livelli piú bassi in Europa (circa 550 miliardi di corone a fine 2005 - di questo passo verrebbe azzerato entro il 2013).
 
Qui l´economia va bene ed il denaro non manca! Allora, perché non usarne anche solo una parte per migliorare i servizi, o per ridurre le tasse?
 
Sembrerá un paradosso, ma é proprio il boom economico a sconsigliare un´aumento della spesa pubblica (od una riduzione del prelievo fiscale). La disoccupazione é quasi azzerata (pochi giorni fa a Frederiksborg sono stati assunti 30 postini svedesi, che probabilmente faranno i pendolari da Malmø). Immettere altro denaro creerebbe una situazione di surriscaldamento economico: distorsioni della domanda ed inflazione, senza benefici apprezzabili (il prodotto interno non aumenterebbe piú di quanto non stia giá facendo).
 
La scelta di ridurre il debito é quindi saggia, e lungimirante. Infatti, se in futuro lo sviluppo si arrestasse, l´aumento della spesa, e del debito, sarebbero strumenti del tutto legittimi e praticabili.
 
Tutto il contrario dell´Italia.
 
Nel Bel Paese l´economia stenta, e secondo la vulgata keynesiana, una buona iniezione di denaro pubblico avrebbe un´effetto stimolante sulla domanda. La crescita economica porterebbe successivamente un incremento del gettito fiscale.
 
La realtá non é cosí semplice. In primo luogo perché la domanda pubblica dovrebbe potersi indirizzare esclusivamente nei settori dove l´offerta eccede la domanda per ragioni congiunturali e non strutturali (in caso contrario si genera inflazione, e si indirizzano gli sforzi produttivi verso prodotti e servizi che non interessano alla collettivitá).
 
In secondo luogo perché la leva della spesa pubblica in Italia é giá stata ampiamente (ab)usata, tanto che il debito pubblico ha raggiunto un valore record, pari a circa 1´500 miliardi di Euro.
 
E allora? Giordano, segretario di Rifondazione, dichiara che tutto sommato del debito lui non si preoccupa troppo, trovandosi cosí per una volta in compagnia di Berlusconi, che quando al Governo del risanamento se ne é sempre infischiato, polemizzando con l’Unione Europea, ed i vincoli di Maastricht.
 
Allora il problema é che dove c’é un debito, c´é anche un credito. In altre parole, privati cittadini o istituzioni finanziarie che hanno sottoscritto titoli pubblici, ricevendone in cambio interessi ai tassi di mercato. Per un totale di quasi 70 miliardi di Euro.
 
Una cifra paragonabile alla spesa per la pubblica istruzione. E quindi una pesantissima palla al piede: pensiamo per un istante a tutto quello che si potrebbe fare, in termini di istruzione, salute, ricerca, opere pubbliche, se non si dovessero spendere ogni anno 70 miliardi di Euro in interessi.
 
Ma anche una spada di Damocle. I tassi di interesse (grazie all´Euro, anche di questo Berlusconi si é sempre scordato) non sono mai stati cosí bassi. Ma potrebbero salire, con effetti esplosivi. Qualche settimana fa, la banca centrale europea ha aumentato il costo del denaro dello 0,25%. Sembra assai poco. Ma, semplificando, questo incremento tradotto nei conti pubblici italiani rappresenterebbe 3,7 miliardi di maggiori uscite, soldi sottratti a salute, istruzione ecc. ecc.
 
Anche (e forse ancora di piú) per l´Italia, la riduzione del debito é una prioritá ineludibile. E se in Danimarca il debito viene ridotto per davvero, l´obiettivo del governo italiano (e di Maastricht) é quantomeno di ridurlo “in percentuale rispetto al Prodotto Interno Lordo”. In altre parole, il debito crescerá, ma meno dell´economia, e quindi dará meno fastidio.
 
Il risanamento non é di destra o di sinistra. Ma di destra o di sinistra sono le politiche per risanare.
 
Tagliare i servizi, o aumentare le tasse? Tassare i cittadini, o le aziende? Tassare tutti, o solo i ricchi? Chiudere un occhio, o combattere seriamente l´evasione?
 
Da questo punto di vista, pur se con prudenza e qualche contraddizione, il governo Prodi sta operando con serietá, ed in piena linea con il mandato ricevuto dall’ elettorato di centro-sinistra, e sarebbe auspicabile che l´Unione facesse uno sforzo maggiore per comprendere ed illustrare agli italiani questo disegno strategico, dando un po´meno risalto alle forse inevitabili divergenze interne sui dettagli della manovra.
 
Note:
 
Sono consapevole che il contenuto è infarcito di semplificazioni raccappriccianti, ma credo non tanto da inficiare il ragionamento. Ad esempio: dato che una buona parte del debito pubblico è costituito da titoli a medio/lunga scadenza, l’ impatto dell´aumento dei tassi é dilazionato nel tempo, anzi nel breve termine possono tuttora verificarsi risparmi, quando vengono rifinanziati titoli emessi in anni lontani, ad interessi più elevati. Tali risparmi peró sono minori di quelli che si sarebbero potuti avere con tassi piú bassi, e nel caso i tassi non tornino a scendere, é corretto prospettare un aumento nella spesa per interessi.
 
Sarebbe inoltre interessante approfondire gli aspetti “redistributivi” della spesa per interessi (che si configura come un prelievo a danno dei “produttori” ed un´elargizione a favore dei “redditieri”), anche per quanto riguarda gli effetti di tale redistribuzione sulla domanda interna (se, come sembra corretto presumere, i redditieri hanno minore propensione al consumo dei lavoratori, la “qualitá” della spesa per interessi é bassa, anche perchè che non stimola l´economia).
 
Un altro approfondimento potrebbe riguardare l´impatto della spesa sugli interessi in rapporto alla bilancia dei pagamenti (molti titoli pubblici sono collocati presso investitori istituzionali stranieri).
 
Da non approfondire assolutamente invece tutte le questioni relative alla possibilità di finanziare il disavanzo con emissione di valuta e più in generale tutte le questioni di politica monetaria: mi viene mal di capo solo a pensare a tutte le possibili disquisizioni in merito!
Posted by webmaster at 14:43:45 | Permalink | Comments (1) »