Monday, July 31, 2006

Don´t worry, be happy

di Flavio Serra

Secondo una recente ricerca, pubblicata con rilievo sui giornali di molti paesi, inclusi quelli italiani, la felicità è di casa in Scandinavia, e la Danimarca è al primo posto (l’Islanda al quarto, la Svezia al settimo) della classifica mondiale. L´Italia è cinquantesima, agli ultimi posti in Europa.

Sembra la solita notizia estiva, scritta per riempire le colonne dei giornali in mancanza di meglio, invece la ricerca è seria, ed a scavare un po´ si scopre che dietro al sorriso luccicante dei paesi felici c´è un mondo di preoccupazioni (con buona pace della vecchia canzone di Bobby McFerrin).

La “classifica della felicità”, infatti, è un´elaborazione fatta da Adrian White, professore presso l´Università di Leicester sulla base di dati raccolti dalla New Economic Foundation.

I presupposti sono apparentemente condivisibili. La felicità, non la ricchezza, è l´obiettivo dell´esistenza umana, e quindi diventa sempre più importante capire la ricetta della felicità, anche “misurandola” e andando a verificare sul campo le differenze tra paesi “felici” e “infelici”.

Adrian White segnala che la felicità è inoltre significativamente correlata alla salute (aspettativa media di vita), alla ricchezza (PIL pro-capite), ed all´accesso all´istruzione secondaria.

Nota poi che queste tre variabili sono a loro volta correlate tra loro (i ricchi hanno maggiori possibilità di curarsi) e ne conclude saggiamente che la ricchezza resta quindi un obiettivo più che legittimo, anzi che è ingiusto ritenere che il “capitalismo” non porti la felicità, perchè al contrario quelli più ricchi e contenti sono proprio paesi capitalisti.

Mah… come mai allora tutti i paesi dell´Est che il capitalismo l´hanno adottato nelle sue varianti più estreme si trovano agli ultimi posti? E che ai primi posti ci sono paesi capitalisti sì, ma con uno stato “sociale” ben strutturato? E´ lo stesso ambasciatore danese a Londra Svend Olling a dichiarare «per la sensazione di felicità dei danesi è sicuramente importante il fatto che ci esistono differenze minime tra ricchi e poveri».

Tutto bene dunque? Purtroppo no. Sia perchè le opinioni di White entreranno sicuramente nell´arsenale “neocon”, sia (e soprattutto) perchè i dati originali della New Economic Foundation avevano ben altro obiettivo.

Per la New Economic Foundation la felicità infatti è solo uno degli indicatori usati per misurare la felicità del pianeta, che  assieme costruiscono l´Happy Planet Index.

La “felicità” viene rapportata alla durata della vita (non basta essere felici, se poi si muore giovani e la felicità non si riesce a viverla). Ma soprattuto conta quante risorse vengono “bruciate” per generare la felicità di ogni individuo. E si vede che ogni Danese per vivere deve sfruttare circa 6,4 “ettari virtuali” del pianeta (molti in confronto ad un tagiko 0,6, o ad un indiano 0,8).

Se si calcola la “felicità sostenibile” la Danimarca scende così al 99 posto (Norvegia 115, Svezia 119), per una volta preceduta da un´Italia al 66 posto (non tanto per una presunta frugalità italiana, quanto per le vaste sacche di povertà del nostro paese).

Viene quindi il dubbio che a sostenere le spese della felicità danese (e pìù in generale dei paesi “sviluppati”) siano i paesi più poveri (da cui vengono drenate risorse naturali) e le generazioni future (che si trovano un pianeta ampiamente depredato).

Forse le parole dell´Ambasciatore danese (ridurre le differenze tra ricchi e poveri) hanno ancora un senso, ma solo se l´ambito di applicazione è quello globale.

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