Dieci ragioni per votare NO
da Donato Russo, presidente dell’ Unione in Danimarca, riceviamo e pubblichiamo
Il primo punto che salta agli occhi, con la riforma della Costituzione voluta dall’ex maggioranza di centrodestra è che viene ridotto il numero dei parlamentari: da 950 a 773. Tale riduzione getta fumo negli occhi dei cittadini ammantandosi con un significativo risparmio per le finanze pubbliche.
In realtà la riduzione del numero dei parlamentari viene rinviata al 2016: nelle speranze degli estensori della riforma ‘era, infatti, la certezza di poter contare su un altro quinquennato in modo da poter favorire i capi e capetti della CdL. Si intravede così la logica di tale mossa: nel lungo periodo c’è tempo anche per ridurre la riduzione; al momento della variazione del numero dei parlamentari c’è stato, quindi, solamente l’effetto di un annuncio demagogico. Una prima ragione per votare NO!
Nelle speranze della CdL dovevano essere i cittadini, e non più i palazzi della politica, a scegliere maggioranza parlamentare, coalizione di governo e primo Ministro: il premierato.
Ma, in realtà, il premierato non consiste nella investitura popolare di una maggioranza parlamentare, di una coalizione di governo e Primo ministro. Ciò avviene già in Inghilterra, in Germania e in Spagna e anche in Italia: è sufficiente perciò una buona legge elettorale. Il premierato della riforma si fonda sulla insostituibilità del Primo ministro durante tutta la legislatura e sui suoi enormi poteri (scioglimento della Camera dei deputati e questione di fiducia che, in caso di rifiuto da parte della stessa Camera, provoca nuove elezioni). Questa è una seconda ragionare per votare NO!
La coalizione di centrodestra non vuole più avere due Camere identiche, l’una doppione dell’altra. Vorrebbe, cioè, il Senato federale con una sua funzione specifica: rappresentare le esigenze delle Regioni. La Camera, secondo la proposta della ex-maggioranza, dovrebbe occuparsi di quelle dello Stato. Nella realtà, ho votato NO perché il Senato federale non risolve il problema del bicameralismo perché non è in grado, per la sua composizione, di rappresentare le esigenze delle Regioni: d’altra parte i veri rappresentanti delle comunità regionali non hanno diritto di voto nelle deliberazioni del Senato. Una terza ragione per votare NO!
Berlusconi e Co. vorrebbero semplificato il procedimento legislativo. Non più lunghi e ripetuti passaggi di testi fra le due Camere, ma ciascuna Camera approverà le leggi nelle materie di propria competenza. Il risultato sarà la riduzione dei tempi e dei costi per le casse pubbliche: questa la loro tesi. In realtà, con la variazione apportata alla Costituzione dalla CdL, il procedimento legislativo diventerebbe straordinariamente complicato perché la prevalenza della Camera o del Senato si fonderebbe sulla competenza a legiferare per singole materie dello Stato e delle Regioni; siccome i confini di tali materie danno luogo a gravi dubbi interpretativi (sui quali dovrebbe intervenire sempre più spesso la Corte Costituzionale) sarebbe ovvia la ricaduta di tali incertezze sulle attribuzioni legislative di ciascuna Camera, specie nelle leggi, come quella finanziaria, di particolare complessità. La cancellazione del rapporto fiduciario tra Senato e governo sarebbe positiva solo se accompagnata da una chiara ripartizione di poteri tra una Camera di rappresentanza nazionale e una Camera veramente rappresentativa degli enti e delle comunità regionali e locali. Una quarta ragione per votare NO!
La attuale opposizione vorrebbe modificare la Costituzione in modo che sia la legge a stabilire limiti al cumulo delle indennità parlamentari con altre entrate. Nei fatti, la previsione di una legge che stabilisca limiti al cumulo delle indennità parlamentari con altre entrate non risolve il problema del conflitto di interessi che dovrebbe essere superato con regole giuste di incompatibilità e ineleggibilità anche in relazione a concessioni o autorizzazioni statali di notevole entità economica. Una quinta ragione per votare NO!
Nella proposta di variazione della Costituzione della CdL, i regolamenti parlamentari dovrebbero tutelare i diritti delle opposizioni: ciò non era previsto nella Costituzione. Ma, secondo me, il problema delle garanzie dell’opposizione non si risolve con un generico rinvio ai regolamenti parlamentari, essendo necessarie puntuali revisioni costituzionali (ad esempio, attribuzione alla Corte costituzionale, in ultima istanza, dell’esame dei ricorsi elettorali per Camera e Senato). Una sesta ragione per votare NO!
La “devolution” voluta dal centrodestra. Secondo la ex-maggioranza, l’ordinamento evolve in senso federale, come sta avvenendo in molti Stati moderni: viene riequilibrato il riparto delle competenze tra Stato e Regioni per garantire migliori servizi ai cittadini, senza compromettere l’unità del Paese. Alle Regioni vengono devolute particolari funzioni in materia di istruzione, sanità e polizia locale. Tutte avranno le stesse opportunità, senza penalizzazioni per alcune aree rispetto ad altre e senza la differenziazione tra le Regioni, prevista dalla riforma del 2001. Si avrà quindi un federalismo equo, solidale ed equilibrato. Secondo me, la devoluzione alle regioni di particolari funzioni in materia di istruzione, sanità e sicurezza è pericolosa anche perché si accompagna ad una competenza esclusiva dello Stato e delle Regioni nelle stesse materie. Tale duplicità è illogica e può arrecare gravi danni all’esercizio (o godimento) di diritti fondamentali (livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali da garantire su tutto il territorio nazionale). Si avrà quindi un federalismo iniquo, conflittuale e squilibrato. Una settima ragione per votare NO!
La proposta, sostenuta dall’arco parlamentare di centrodestra, vuole che tutte le leggi regionali debbano rispettare il criterio dell’interesse nazionale, non più previsto a seguito della riforma del 2001. Ma l’interesse nazionale è ampiamente salvaguardato dal riparto delle competenze tra Stato e regioni e dalla giurisprudenza della Corte costituzionale, che ha interpretato la riforma del Titolo V della Costituzione in senso pienamente rispettoso dell’interesse della Nazione. Una ottava ragione per votare NO!
I cidiellini vorrebbero che sulle modifiche alla Costituzione sia sempre possibile chiamare i cittadini ad esprimersi, mentre ora ciò non avviene se tali modifiche sono state approvate dalle Camere con la maggioranza dei due terzi. In realtà l’abrogazione della norma che collega al raggiungimento dei due terzi in sede parlamentare l’esclusione della richiesta di referendum sui testi di revisione costituzionale (articolo 138 della Costituzione) va giudicata negativamente perché disincentiva quelle larghe intese che a parole tutti auspicano per l’adozione di modifiche alla Costituzione. Una nona ragione per votare NO!
Ed, infine, il centrodestra vorrebbe, negli auspici, aumentare le garanzie per i comuni e le province, gli enti più vicini ai cittadini che, così, potranno ricorrere alla Corte costituzionale in caso di lesione delle proprie competenze. Va’ ricordato, però, che il ricorso diretto alla Corte costituzionale dei Comuni, delle Province e delle Città metropolitane (articolo 46 della Riforma) per sollevare questioni di legittimità costituzionale su leggi o atti aventi forza di legge statali e regionali ritenuti lesivi di competenze costituzionalmente attribuite agli enti locali appare oggi un “puro effetto annuncio” perché la disciplina del ricorso è rinviata ad una legge costituzionale (condizioni, forme e termini di proponibilità della questione) di incerta adozione, nel se e nel quando.