Nel nome del padre
di Giovanna Iacobucci
Povera patria! Ricordate la canzone di Franco Battiato? Quella che ripeteva il disperato ritornello “non cambierà non cambierà…” aprendo poi una luce di speranza a metà del testo con un improvviso “no, cambierà, forse cambierà” e concludeva infine con uno speranzoso “sì che cambierà, vedrai che cambierà!”?. Ecco, questa nella classifica delle canzoni che rimbombano puntualmente nella mia mente nei momenti di silenzio e che canticchio tra me e me andando al lavoro la mattina è in questo periodo definitivamente al primo posto.
Povera patria penso quando ascolto le diverse volgari affermazioni di stampo prettamente e spudoratamente maschilista
del nostro capo del governo o quando ascolto le dichiarazioni iper-conservatrici e di stampo medievale del capo della Chiesa. Povera patria, dove politica e religione sono ancora così unite e dove lo Stato laico cerca di difendersi con i pugni e coi denti ma poi alla fine non ce la fa e anni e secoli di potere ecclesiastico e di influenza sulle menti della gente hanno sempre la meglio nella lotta per il progresso. Progresso, stare al passo con gli altri paesi europei, creare leggi contro la discriminazione, lavorare per la parità tra i sessi…sì che cambierà, vedrai che cambierà, ma per il momento come siamo indietro e come è lento il processo di cambiamento.
È di questi giorni la notizia che la Corte costituzionale italiana ha respinto la richiesta di una coppia di scegliere il cognome materno da dare al proprio figlio. Quando qui in Svezia mi capita di raccontare che in Italia si acquista automaticamente alla nascita il cognome del padre e che non sia possibile scegliere per i genitori stessi o per il/la bambino/a una volta adulto/a il cognome della madre, tutti mi guardano increduli e mi chiedono “ma perchè?”. La risposta che io uso dare è più o meno quella che la Corte costituzionale stessa ha usato nel sollevare il caso e auspicare un cambiamento nell’attuale sistema di attribuzione del cognome: “è retaggio di una concezione patriarcale della famiglia” e di una “tramontata podestà maritale non più coerente con i principi dell’ordinamento e con il valore costituzionale dell’uguaglianza tra uomo e donna”.
Nonostante questa ammissione di incongruenza i giudici non hanno potuto accettare la richiesta della coppia perchè costretti a seguire le regole. Gli stessi giudici però hanno auspicato la necessità di una riforma citando anche tre disegni di legge che sono stati presentati durante quest’ultima legislatura e che non sono mai, guarda bene, stati approvati. L’attuale legislazione in materia di attribuzione del cognome va di fatto contro, come fa notare la Consulta, diverse convenzioni internazionali (ratificate dall’Italia) e raccomandazioni del Consiglio d’Europa mirate ad eliminare la discriminazione nei confronti della donna nel matrimonio e in famiglia, anche per quanto riguarda la scelta e l’attribuzione del cognome dei figli. I tre disegni di legge mai approvati offrivano soluzioni come la possibilità di dare ai figli il cognome di entrambi i genitori o quella di scegliere, di comune accordo, quello paterno o quello materno. Proposte queste tutt’altro che rivoluzionarie se si pensa, per esempio, alla legislazione svedese in proposito. In queste proposte è ancora la famiglia nel senso più classico e tradizionale del termine ad essere presa in considerazione, in un periodo in cui tanto si parla di unioni di fatto e di PACS in Italia, delle proposte di cambiamento come queste sembrano già sorpassate ancor prima di essere state approvate. D’altronde basterebbe seguire il principio costituzionale (art. 3 della Costituzione) per cui tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali a dare una bella spinta al lentissimo, quanto inevitabile, processo di cambiamento verso una società moderna e civile.
Io, da parte mia, temo che continuerò a canticchiare il motivo di Battiato tra me e me perchè la strada da fare è ancora tanta e “la primavera intanto tarda ad arrivare”.