Sinistra in Italia ed in Danimarca: ma che differenza!
di Flavio Serra
A noi italiani piace confrontarci con gli altri paesi, e quando, come assai spesso accade, nei confronti ci troviamo perdenti, tutto sommato siamo quasi rassicurati: l’accettazione di una nazionale mediocrità fa sì che non abbiamo una reputazione da difendere, né esempi da emulare, e ci fa dormire sonni tranquilli.
Il discorso vale anche per la politica: a colpi di qualunquismo abbiamo fatto il possibile per delegittimare tutta la nostra classe politica, senza abbandonare il nostro comodo ruolo di spettatori. Forse però a sinistra qualcosa sta cambiando.
Il governo Berlusconi ha colpito il Paese pesantemente, ma ha anche compattato l’opposizione, che tra alti e bassi inevitabili in un processo democratico, ha anche avuto il coraggio di innovazioni formidabili come le primarie: un nuovo modo di rapportare “base” e “vertici”, e di rilanciare la partecipazione con esiti tutt’altro che scontati (Vendola in Puglia, Borsellino in Sicilia).
E’ ancora presto per dire se questo sarà sufficiente per battere lo strapotere finanziario e mediatico del governo e vincere le elezioni, tanto più è presto immaginare come se la caverebbe la sinistra al governo, dovendo risollevare, con mezzi scarsissimi, un’Italia impoverita ed in crisi profonda.
Il fatto è che in Italia la sinistra al governo è una prospettiva possibile, tutto il contrario della Danimarca, dove il “liberista” Fogh non solo ha rivinto le elezioni poco meno di un anno fa, ma mantiene saldo il consenso in tutti i sondaggi di opinione.
La crisi della sinistra danese purtroppo non si spiega solo con l’affidabilità e la moderazione della destra al potere, anche perché queste qualità non sono del tutto corrispondenti alla realtà: le politiche culturali e quelle sull’immigrazione sono xenofobe, in Irak la Danimarca serve pedissequamente le parole d’ordine americane.
I problemi sono assai più profondi, a partire da un’ assoluta mancanza di coordinamento tra le diverse anime della sinistra: quella “radicale” (libertaria in politica e liberista in economia), quella eco-marxista (nelle varianti di SF e EL), e la tradizionale anima socialdemocratica.
E’ proprio il partito socialdemocratico, il maggiore tra quelli citati, quello che avrebbe quindi maggiori responsabilità ed opportunità, ad essere in crisi ed a perdere consensi. Nato come partito “di lotta e di governo” il partito ha avuto un ruolo storico incontestabile nella definizione dell’attuale stato sociale danese, quasi identificandosi nel governo e radicandosi capillarmente nella società attraverso sindacati, patronati, ed associazioni di ogni tipo.
Penso che proprio questo autoidentificarsi con il governo e la difficoltà di concepire un proprio ruolo come opposizione, sia la maledizione che impedisce alla socialdemocrazia danese di riconquistare un ruolo guida nella sinistra e nel paese. Di qui il tentativo di mostrarsi “affidabili” collaborando con il centro-destra, con scarsi risultati; infatti Fogh manovra abilmente coinvolgendo i socialdemocratici quel tanto che basta per evitarne le critiche su molti progetti, salvo poi lasciarli “fuori dalla porta” al momento opportuno.
Peggio ancora, ecco il tentativo di rubare elettori alla destra scendendo sul suo stesso campo e facendone proprie le politiche discriminatorie contro gli immigrati, mossa che non apre varchi a destra (perchè scambiare i razzisti DOC del Danske Folkeparti con le patetiche imitazioni socialdemocratiche?) ma in compenso scava un fossato con i potenziali alleati a sinistra.
Ma forse sono proprio i concetti di “sinistra” e di “unità” ad essere in crisi. Dopo le elezioni norvegesi (che la sinistra ha vinto a sorpresa) si chiese se non fosse il caso che anche in Danimarca l’opposizione concordasse insieme una piattaforma comune, sulla quale preparare un’alternativa di governo. I socialdemocratici si rifiutarono.
Tutto sommato non c’è da sorprendersi, dato che sempre più spesso i socialdemocratici contestano l’etichetta di “sinistra” e si autodefiniscono partito “di centro”. Sorprendente invece che la “società civile” e l’intellighenzia tacciano beate: in Danimarca non c’è (per ora) traccia di girotondi.
Il modello della sinistra italiana sembra dunque migliore? Lo è certamente, almeno per ora. Quanto al futuro, dipende anche da noi.
Sono daccordo su quanto hai scritto ripetto alla diversità della sinistra italiana su temi così importanti come quello degli immigrati e sul movimento di base di cui qui non c*è più traccia! Comunque proprio per questo fa "male" vedere come non tanto la sinistra ora ma in generale i partiti facenti parte dell’unione continuino a litigare e a prendere le distanze…
Devo dire che le primaria sono state una ventata di novità e di ottimismo per il movimento, però dove è finito quel famoso spirito, sono sicurissima che nella base è ancora saldamente radicato ma nei partiti??
Comunque io comincio ad avere la sensazione che una maledizione sia stata lanciata su di noi, che sia il caso forse di rispondere con dei sani wodoo?
Ma è vero che il centrodestra danese è piu’ progressista di quello italiano?
Matrix, Rispondo a Matrix ed al livello di progressismo del centro-destra danese ed italiano:
1) “progressista” è sempre una parola grossa per il “centro-destra” (a volte purtroppo anche per il centro-sinistra)
2) in termini di “progressismo” è molto facile “surclassare” il centro-destra italiano (almeno in Europa)
3) il centro-destra danese è abbastanza moderato per quanto riguarda il “welfare” (anche perchè il concetto è saldamente radicato nell’ elettorato), ma in compenso è piuttosto xenofobo: cosa conta di più?