Thursday, January 26, 2006

5 febbraio, Festa dell’Unione

L’appuntamento è il 5 febbraio, alle 14:30 presso i locali della Minerva Film a Baldersgade 6, 2200 Copenaghen N

Il programma prevede in apertura alcuni interventi politici, tra cui: Poul Breyen (Socialdemocratici, Copenaghen - in italiano); Anne-Sofie Allarp (Socialdemocratici, Copenaghen - in danese); Donato Russo (Coordinamento Unione in Danimarca), cui seguiranno eventi artistici con la partecipazione di:

* Troels Skovgaard & Frede Ewert
* Sara Indrio
* Roberta & Alice Carreri
* Volta La Carta
* The Downtown Ranchers

L’ ingresso costa 150 corone e comprende gli spettacoli ed il buffet con specialità italiane (bevande escluse).

Buon divertimento!

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Wednesday, January 18, 2006

Nuova riunione del COMITES DK

Nuova riunione del COMITES danese; dopo le polemiche seguite all’invito lanciato da queste colonne a partecipare alla riunione di dicembre (poi cancellata), siamo lieti di segnalare che la convocazione questa volta è stata riportata sul sito Comites.

Data, ora e luogo: sabato 4 febbraio p.v. alle 14.30 nella sede del COMITES in Engskiftevej 4, 2100 Copenaghen Ø. Chi fosse interessato a partecipare, può inviare un messaggio al Comites cliccando qui.

L’ordine del giorno della riunione è il seguente:

1. Apertura assemblea e verifica del numero legale.
Approvazione verbale della riunione precedente

2. Presentazione del bilancio consuntivo del 2005 da sottoporre all’approvazione dell’Assemblea
a) proposta dei due revisori per la consegna del bilancio

3. Doppia cittadinanza

4. Specificazione del numero legale dei consiglieri del COMITES per lo svolgimento delle riunioni
a) Partecipazione pubblica alle riunioni. Stabilire un numero massimo dei partecipanti?

5. Iter elezioni politiche 2006: Stabilire i canali di informazione

6. Organizazzione di dibattiti politici pre-elettorali su proposta di Scandinaria.org

7. Varie ed eventuali

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Sinistra in Italia ed in Danimarca: ma che differenza!

di Flavio Serra

A noi italiani piace confrontarci con gli altri paesi, e quando, come assai spesso accade, nei confronti ci troviamo perdenti, tutto sommato siamo quasi rassicurati: l’accettazione di una nazionale mediocrità fa sì che non abbiamo una reputazione da difendere, né esempi da emulare, e ci fa dormire sonni tranquilli.

Il discorso vale anche per la politica: a colpi di qualunquismo abbiamo fatto il possibile per delegittimare tutta la nostra classe politica, senza abbandonare il nostro comodo ruolo di spettatori. Forse però a sinistra qualcosa sta cambiando.

Il governo Berlusconi ha colpito il Paese pesantemente, ma ha anche compattato l’opposizione, che tra alti e bassi inevitabili in un processo democratico, ha anche avuto il coraggio di innovazioni formidabili come le primarie: un nuovo modo di rapportare “base” e “vertici”, e di rilanciare la partecipazione con esiti tutt’altro che scontati (Vendola in Puglia, Borsellino in Sicilia).

E’ ancora presto per dire se questo sarà sufficiente per battere lo strapotere finanziario e mediatico del governo e vincere le elezioni, tanto più è presto immaginare come se la caverebbe la sinistra al governo, dovendo risollevare, con mezzi scarsissimi, un’Italia impoverita ed in crisi profonda.

Il fatto è che in Italia la sinistra al governo è una prospettiva possibile, tutto il contrario della Danimarca, dove il “liberista” Fogh non solo ha rivinto le elezioni poco meno di un anno fa, ma mantiene saldo il consenso in tutti i sondaggi di opinione.

La crisi della sinistra danese purtroppo non si spiega solo con l’affidabilità e la moderazione della destra al potere, anche perché queste qualità non sono del tutto corrispondenti alla realtà: le politiche culturali e quelle sull’immigrazione sono xenofobe, in Irak la Danimarca serve pedissequamente le parole d’ordine americane.

I problemi sono assai più profondi, a partire da un’ assoluta mancanza di coordinamento tra le diverse anime della sinistra: quella “radicale” (libertaria in politica e liberista in economia), quella eco-marxista (nelle varianti di SF e EL), e la tradizionale anima socialdemocratica.

E’ proprio il partito socialdemocratico, il maggiore tra quelli citati, quello che avrebbe quindi maggiori responsabilità ed opportunità, ad essere in crisi ed a perdere consensi. Nato come partito “di lotta e di governo” il partito ha avuto un ruolo storico incontestabile nella definizione dell’attuale stato sociale danese, quasi identificandosi nel governo e radicandosi capillarmente nella società attraverso sindacati, patronati, ed associazioni di ogni tipo.

Penso che proprio questo autoidentificarsi con il governo e la difficoltà di concepire un proprio ruolo come opposizione, sia la maledizione che impedisce alla socialdemocrazia danese di riconquistare un ruolo guida nella sinistra e nel paese. Di qui il tentativo di mostrarsi “affidabili” collaborando con il centro-destra, con scarsi risultati; infatti Fogh manovra abilmente coinvolgendo i socialdemocratici quel tanto che basta per evitarne le critiche su molti progetti, salvo poi lasciarli “fuori dalla porta” al momento opportuno.

Peggio ancora, ecco il tentativo di rubare elettori alla destra scendendo sul suo stesso campo e facendone proprie le politiche discriminatorie contro gli immigrati, mossa che non apre varchi a destra (perchè scambiare i razzisti DOC del Danske Folkeparti con le patetiche imitazioni socialdemocratiche?) ma in compenso scava un fossato con i potenziali alleati a sinistra.

Ma forse sono proprio i concetti di “sinistra” e di “unità” ad essere in crisi. Dopo le elezioni norvegesi (che la sinistra ha vinto a sorpresa) si chiese se non fosse il caso che anche in Danimarca l’opposizione concordasse insieme una piattaforma comune, sulla quale preparare un’alternativa di governo. I socialdemocratici si rifiutarono.

Tutto sommato non c’è da sorprendersi, dato che sempre più spesso i socialdemocratici contestano l’etichetta di “sinistra” e si autodefiniscono partito “di centro”. Sorprendente invece che la “società civile” e l’intellighenzia tacciano beate: in Danimarca non c’è (per ora) traccia di girotondi.

Il modello della sinistra italiana sembra dunque migliore? Lo è certamente, almeno per ora. Quanto al futuro, dipende anche da noi.

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Monday, January 16, 2006

Destra in Italia e in Danimarca: ma che differenza!

di Livia Petersen

Hanno un governo di destra l’Italia e la Danimarca, ma c’é qualcosa che le accomuna? Entrambe hanno la prerogativa di avere qualcosa che le differenzia in negativo da tutto il resto d’Europa: la Danimarca ha delle leggi tanto restrittive sull’immigrazione da venire additata come intollerante verso le minoranze etniche e religiose anche dalle Nazioni Unite e dal Consiglio d’Europa. L’Italia ha Berlusconi.

Per il resto invece le similitudini sono poche. A cominciare dalla situazione economica dei due paesi, con un’Italia che é sull’orlo della bancarotta mentre la Danimarca ha una posizione estremanente solida, dove solo il 2% della forza lavoro non ha occupazione per piú di due anni e dove entro un quinquennio si prevede debba scomparire quel gigantesco debito pubblico che a partire dagli anni 60 é servito a mettere in piedi e poi a finanziare lo stato sociale. Certo nel suo discorso di fine anno Berlusconi ha descritto l’Italia come un paese immaginario, che naviga nel benessere, adoperando la sua solita tattica che esalta successi inesistenti cercando di far presa sull’opinione pubblica. Ma quanti gli credono ancora? L’occupazione, dice, è miracolosamente in crescita. Il miracolo é dovuto solo al fatto che sono stati regolarizzati oltre 500 mila lavoratori clandestini. Dunque nessun posto di lavoro in piú.

La differenza principale fra Fogh e Berlusconi, mi diceva un amico, é che Fogh difende un progetto politico favorevole a dei ceti sociali, Berlusconi difende sé stesso.

E lo fa a tal punto da creare ansia e imbarazzo nei suoi stessi alleati. Prendiamo le ultime vicende legate alla questione Unipol che il nostro premier ha pensato cinicamente di inserire nella campagna elettorale, buttando fango sugli avversari per creare un diversivo alla propria catastrofe. Parliamoci chiaro: la vicenda Unipol non piace affatto a noi di sinistra. Ma almeno i leader Ds non hanno agito in modo illegale e un’autocritica si sta avviando sul ruolo che debba avere il partito verso il mondo degli affari. Cosa salutare su cui assolutamente si dovrá discutere a fondo. Ma Berlusconi? Non é proprio lui ad avere sempre approfittato dei vantaggi che gli derivano dall’intreccio fra politica ed affari, da quel conflitto d’interessi che lo ha reso uno degli uomini piú ricchi e piú potenti del mondo? Non solo é cosí e lui lo sa bene, ma per evitare di doverne rispondere é partito spregiudicatamente all’attacco, calunniando i leader dell’opposizione e denunciandoli ai magistrati per aver saputo da un suo amico che avevano chiesto degli incontri conviviali ad un finanziere, forse utili all’Unipol. Insomma, per denunciarli di fatti che di criminoso non hanno proprio niente ma che servono a creare un polverone di notizie utili solo a confondere l’opinione pubblica e a determinare un clima di sfiducia nelle sinistre.

E Fogh? Come si pone in questo contesto il premier danese? In modo totalmente diverso. Nel suo governo alcuni ministri, come Henriette Kjær, hanno dovuto pagare lasciando il proprio incarico per molto di meno, mentre Fogh invitava i politici a denunciare pubblicamente tutta le proprie risorse economiche in modo da pregiudicare ogni conflitto d’interesse. Non condivido la politica di Fogh, ma mi tolgo il cappello!! Ed é questo che differenzia il nostro governo di destra da quello danese. Berlusconi é un affarista-populista, Fogh é un politico democratico, che agisce in modo pericolosamente intelligente. Come ha scritto Eugenio Scalfari in un recente editoriale sulla Repubblica (27-11-2006) “la demagogia consiste nell’impegno a soddisfare i desideri del popolo indipendentemente dalla fattibilitá. Il famoso contratto con gli italiani é stato un manuale di demagogia perché promise risultati di cui mancavano totalmente le condizioni di fattibilitá…..Berlusconi sostiene che il contratto è stato adempiuto al cento per cento… quanto agli elettori, la grande maggioranza percepisce di essere stata frodata ma percepisce anche che nei prossimi anni dovrá affrontare un percorso in salita per rimediare alla truffa di cui é stata vittima”.

In poche parole, se la gestione del governo passerá al centro sinistra non ci dobbiamo aspettare alcun Eldorado, ma ci vorranno sacrifici e ancora sacrifici necessari a rimettere in sesto il paese. La democrazia invece “consiste nel farsi guidare dai bisogni del popolo, vigilati alla luce della fattibilitá”. E questo é quanto Fogh ha cercato di fare, non senza utilizzare peró quella demagogia populista dell’alleato Dansk Folkeparti che lo rende popolare agli occhi della gente, ma gli consente anche di prendere le distanze dai toni eccessivamente crudi verso gli immigrati, restandosene ben saldo al governo.

Quello danese é un governo che il centro destra ha conquistato per aver fatto proprie, e non per aver negato le conquiste socialdemocratiche dello stato sociale. Perché Anders Fogh Rasmussen conosce bene il legame profondo che hanno i danesi con la loro cultura solidaristica e ugualitaria. In una conferenza stampa gli ho sentito dire di aver superato i propri principi liberalisti ispirati ad uno stato minimalista e di far riferimento al modello finlandese, quello di un paese in cui socialdemocratici e conservatori collaborano, lo sviluppo economico é alto e il welfare é in condizioni ottimali. Non saprei quanto questo sia vero. Secondo alcuni commentatori politici il suo obiettivo reale é quello di ridurre il welfare e di promuovere maggiormente l’iniziativa privata. Ma vuole farlo con lentezza, lasciando che pian piano la gente accetti alcune modifiche senza traumi e senza venirne bocciato.

Un esempio tipico in questo contesto é quello di aver voluto la Commissione per la Riforma del Welfare. Le proposte avanzate dalla Commissione al governo richiedevano dei fortissimi tagli in molti settori dello stato sociale e sono state prontamente respinte da Fogh. Perché mai allora il governo ha voluto questa Commissione ed ha finanziato il suo costosissimo lavoro durato due anni? In realtá a Fogh é stato utile lasciare che i tagli necessari al futuro venissero proposti da un altro soggetto, per presentarsi poi come l’unico garante del benessere collegiale. Ma i commenti e il dibattito che ne sono derivati, le accuse di immobilismo e di incapacitá di procedere alle riforme che vengono fatte al governo da alcuni politici e dalla stampa, hanno giá creato un’opinione pubblica più disposta a quei cambiamenti che gli serviranno. È una strategia pericolosa quella di Fogh, che strappa terreno all’opposizione ormai costretta a rincorrelo. Ma almeno si muove nel pieno rispetto delle istituzioni democratiche. E merita rispetto.

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Thursday, January 12, 2006

Berlusconismo o pluralismo? L’informazione italiana vista dalla Svezia

di  Michela Dell’Anno

Dopo un silenzio piuttosto prolungato sulle vicende italiane, Sydsvenskan – giornale indipendente di orientamento liberale diffuso prevalentemente nella Svezia meridionale – riporta un articolo a firma di Pernilla Ståhl sul coinvolgimento di Berlusconi nel processo di introduzione della televisione digitale in Italia. Già il titolo la dice lunga: ”Jackpot per Berlusconi. Più potere e più soldi quando l’Italia passa alla tv digitale“.

La Ståhl prende l’avvio dalla vicenda delle sovvenzioni statali per l’acquisto dei decoder digitali (la Finanziaria prevede per il 2006 uno stanziamento di 10 milioni di Euro destinati solamente alle due regioni che faranno da apripista nell’introduzione della televisione digitale, Valle d’Aosta e Sardegna, ma tra 2004 e 2005 sono stati stanziati circa 250 milioni di Euro, con relativa inchiesta della Commissione Europea), sovvenzioni che hanno spinto l’Antitrust ad avviare un procedimento nei confronti di Berlusconi in quanto avvantaggerebbero le società produttrici dei decoder, una delle quali controllata dal fratello del Presidente del Consiglio, Paolo Berlusconi.
A commento di questi fatti la giornalista svedese non si lascia naturalmente sfuggire l’occasione per ricordare che la questione del conflitto d’interessi, nel quale è sempre più saldamento invischiato il nostro premier, non è ancora stata risolta e sembra anzi arricchirsi di un nuovo capitolo.

Tuttavia, la parte più interessante dell’articolo è quella che fa riferimento al rapporto stilato da due ricercatori dell’università di Göteborg, Monica Djerf-Pierre e Lennart Weibull, intitolato “Par Condicio? Faziosità nei mass-media italiani”.

Questa relazione verrà inserita in un rapporto più ampio che prevede confronti anche con gli Stati Uniti da una parte, il Belgio, l’Austria, l’Olanda e la Germania dall’altra, in quanto rappresentanti di diversi modelli mediatici. Il 2006 è anno di elezioni anche in Svezia e di questo progetto comparativo è stato incaricato il Consiglio per la Democrazia, Demokratirådet, in vista della campagna elettorale. 

Riprendendo una classificazione di altri due studiosi, Hallin e Mancini, il sistema mediatico italiano viene descritto come un tipico esemplare di modello “sud-europeo polarizzato pluralistico”, ovvero un sistema in cui i mass-media sono dichiaratamente schierati in campo politico e non hanno l’obiettività come fine deontologico, i fruitori sono consapevoli di questa faziosità non celata e armati dalla nascita di scetticismo e senso critico. A questo si aggiunge un pluralismo dei mezzi d’informazione che garantisce che il tutto raggiunga un certo equilibrio tra le diverse tendenze politiche rappresentate.

Con questa premessa i due autori conducono quindi una dettagliata analisi dei mass-media italiani, occupandosi sia dei quotidiani (definiti, nel caso italiano, come mezzo comunicativo orizzontale in quanto letti da una minoranza rispetto alla assai maggiore diffusione che hanno in Svezia) che del mezzo televisivo, ripercorrendo anche tutte le recenti tappe legislative in materia, dalla Mammì alla Gasparri passando per la complicata applicazione della Par condicio.

L’interessante, ed in un certo senso inaspettata, conclusione a cui giungono Djerf-Pierre e Weibull è che l’immagine di Berlusconi dominante in Svezia, sia presso i media che nell’opinione comune, ovvero quella di un magnate mediatico che ha raggiunto e mantiene il potere politico grazie al controllo delle televisioni, proprie e ora anche statali, sia fin troppo semplificata e non dia una risposta soddisfacente a chi si domanda le ragioni del suo successo.

Il sistema informativo italiano viene inoltre assolto dall’accusa di scarso professionalismo spesso rivoltagli dal mondo nordico ed anglosassone e quasi portato ad esempio dai due svedesi come palestra di pensiero critico.
Un piccolo plauso, dunque, al nostro paese, inoltre in un campo in cui l’Italia non viene normalmente indicata come ideale da imitare.

Eppure, ormai quasi a ridosso della campagna elettorale, non riesco a liberarmi dall’inquietudine: il famoso pluralismo, nevralgico per il corretto funzionamento del modello sud-europeo, è davvero garantito oggi in Italia? E si riusciranno ad applicare le intricate regole della Par condicio? Qualcuno mi rassicuri, per favore.

L’intero rapporto (in lingua svedese) può essere scaricato qui.

L’articolo di Sydsvenskan (anch’esso in svedese) si trova qui.

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