Politica e parole
di Flavio Serra
E’ di questi giorni la polemica lanciata da Mads Bryde Andersen contro il Centro Europeo di Monitoraggio del Razzismo e della Xenofobia (EUMC), un’ente comunitario di cui fa parte come membro del Consiglio d’Amministrazione (nominato dal governo danese).
Il prof. Bryde Andersen è stato il solo tra i 25 membri del Consiglio a votare contro il Rapporto Annuale. Non pago, ha scritto una lettera al ministro danese per l’integrazione, criticando duramente il Centro. La ragione di tanta rabbia?
Il Centro non gli ha fornito una definizione soddisfacente di “razzismo”, e questo dimostra che tutto il lavoro svolto va cestinato. Senza la stella polare di questa definizione, come si fà a giudicare ciò che è xenofobia e razzismo? Niels Erik Hansen, direttore del DRC (Dokumentations- og Rådgivinings centret om Racediskrimination) osserva che non si tratta di dibattere sul “sesso degli angeli”. La stessa legge danese sanziona razzismo e discriminazione, senza definirli in dettaglio, ma lasciando questa interpretazione ai magistrati che la applicano, come peraltro avviene in tutto il mondo.
Eppure, la domanda di Andersen non è priva di interesse. Proviamo ad allargare un po’ la prospettiva…
dimenticandoci per un attimo che quella di Andersen sembra tanto una ripicca perchè l’EUMC l’ anno scorso aveva criticato la Danimarca e le sue politiche di integrazione (ovviamente considerate un esempio di democrazia dal nostro).
A noi sembra infatti che ci sia bisogno di chiarezza, e vorremmo che la richiesta di Andersen venisse allargata a tappeto.
Proprio in Danimarca, perchè non avviare un dibattito sul significato di “integrazione”? Secondo il dizionario, “integration” significa “den at forene forskelligartede dele til en helhed”.
A me non sembra di vedere nelle politiche del governo molto interesse per le “diversità” e per la composizione in un “tutto” plurale. Al contrario vedo un´esaltazione della “danesità” e dei “valori danesi” che dovrebbero essere fatti propri dagli immigrati. Forse “integrazione” non è la parola giusta: ci soccorre ancora il dizionario, offrendoci la parola “assimilation” definita come “det at noget gøres lig med noget andet”.
Certo che “assimilationspolitik” ed “assimilationsminister” suonerebbero un po’ sinistri, ma forse ne risulterebbero più chiari gli scopi.
E se ritornassimo a chiamare “Ministeri della Guerra” i tanti “Ministeri della Difesa”?
Oppure se provassimo a ridefinire la “tortura”? Secondo i documenti ufficiali USA, tenere un prigioniero nudo, al freddo, senza lasciarlo dormire, sono metodi di interrogazione coercitivi, ma non assimilabili alla tortura perchè non provocano danni fisici permanenti (sic!). E la Rice si può quindi permettere di affermare che gli USA rifiutano categoricamente la tortura.
Chissà se Orwell, scrivendo “1984″ si sarebbe immaginato che i suoi incubi sulla “neolingua” sarebbero stati accolti come una formidabile fonte di ispirazione non solo dai totalitarismi, ma dalle (auto)celebrate democrazie occidentali.
