Di Michela Dell’Anno
Per una volta l’attualità italiana e quella svedese unite da un argomento comune: le quote.
E’ della scorsa settimana la notizia che il ministro per le Pari opportunità Prestigiacomo ha ripresentato il disegno di legge per le quote rosa nelle liste elettorali (per chi fosse interessato, il sito www.ansa.it riporta i dettagli del ddl).
Dopo le elezioni del 2002 nel Parlamento svedese la ripartizione dei seggi era 45% alle donne contro 54,7% agli uomini (fonte: www.riksdagen.se). Cifre che fanno venire il capogiro se si pensa che alla Camera italiana la presenza femminile si aggira intorno al 10%.
Pochi giorni dopo…
Pochi giorni dopo Dagens Industri, l’equivalente svedese del Sole 24 ore, mette in prima pagina una ”donna potente”, Lena Treschow Torell - plurilaureata in materie scientifiche, professoressa universitaria, amministratrice delegata e membro di svariati consigli d’amministrazione, tra cui quelli di Gambro e Saab – con l’indice minacciosamente alzato a sottolineare che il processo di inserimento delle donne nell’università e nel mondo della finanza va lentamente, troppo lentamente. Un misero 16% di cattedre femminili nelle università di Svezia, un lillipuziano 1,5% di donne ai vertici della borsa di Stoccolma. E lei, che è inclusa in entrambe le percentuali, inizia a ripensare la sua precedente opposizione alle quote rosa in questi due settori.
Abbandonando per un attimo le quote rosa, di quote celeste chiaro (possiamo attribuire questo colore ai papà “soft” che scelgono di sacrificare qualche mese di lavoro e carriera per stare a casa con i figli?) si è anche discusso in maniera accesa al congresso dei Socialdemocratici a Malmö poche settimane fa. Il patriarca Göran Persson, prevedibilmente, è uscito vincitore e per ora i mesi di congedo riservati ai padri non verranno aumentati, come invece chiedeva una grossa fetta delle donne del partito. La scusa del premier è che si andrebbe contro il volere dell’opinione pubblica che non è preparata al cambiamento. Scusa fondata perché a quanto pare il popolo svedese, altrimenti quasi sempre fedele alla paterna guida socialdemocratica, si rivela improvvisamente liberista ed individualista quando si parla di quote e non vuole che lo stato metta becco nelle sue vicende familiari. Ma anche scusa poco plausibile dato che non è una regola ferrea che il capo del governo debba permettere all’opinione pubblica di dettar legge.
Come donna italiana emigrata nel paese comunemente ritenuto il più paritario d’Europa, se non del mondo, si rischia spesso di rimanere prigioniera di due stereotipi: quello di una nazione ospitante popolata di virago e uomini sottomessi forniti di piumino per spolverare, e quello di una madrepatria all’insegna della donna mamma/fidanzata/moglie e dell’uomo protagonista della vita pubblica.
Qui a Scandinaria però gli stereotipi non sono particolarmente in voga. Il dibattito in parallelo sulle quote dimostra che in entrambi i paesi c’è ancora strada da fare, anche se il numero di miglia da macinare è sicuramente diverso. Ben vengano allora le quote, perché talvolta il cambiamento di mentalità va stimolato e ritengo che non ci si possa permettere di aspettare altre quattro, cinque generazioni per sfondare il famoso “tetto di cristallo” che separa le donne dai ruoli chiave della società.
Durante l’incontro a Copenhagen del 20 novembre ho strappato al verde Chicco Negro la “speranza” di un 50% di candidate nelle liste dell’Unione alle prossime elezioni. Sperare fa sempre bene, ma veder realizzate le speranze talvolta ha effetti ancora più salutari.
Michela Dell’Anno
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