Invasione aliena in Danimarca
di Flavio Serra
L'"invasione degli ultracorpi" è un film cult degli anni '50 che racconta l'invasione di una cittadina americana da parte di esseri spaziali che copiano perfettamente gli abitanti ai quali si sostituiscono durante il sonno. Il film, che dette vita ad un filone, venne spesso interpretato come un richiamo subliminale maccartista (messaggio: il tuo vicino potrebbe non essere un tranquillo americano ma un pericoloso infiltrato sinistroide).
Come leggere allora i risultati del "test di danesità" messo a punto dal Ministero per l' Integrazione danese, per mettere alla prova chi richiede la cittadinanza danese e recentemente varato tra mille polemiche (con la sostituzione in corsa di due domande e la modifica di formulazione e risposte di altre 22 domande su un totale di 200)?
Secondo una ricerca fatta dall' istituto Userneeds per il quotidiano Jyllands Posten e pubblicata a puntate il 7 ed il 13 aprile 2007 risulta infatti che circa il 7% dei danesi messo alla prova non è in grado di superare il test. Invasori alieni in Danimarca? La lettura integrale dei risultati offre anche spunti divertenti, ad esempio quando i "bocciati" sono divisi per partito di riferimento.
I più "danesi" (98% di promossi) risultano gli elettori del partito radicale (il più accanito oppositore delle riforme anti-immigrazione), mentre i nazionalisti xenofobi del Danske Folkeparti, entusiasti in merito all' introduzione del test, si rivelano in grave difficoltà quando si tratta di superarlo (tra le loro fila i bocciati sono il 12%).
Il fatto è che il test è semplicemente una prova di tipo nozionista, ed accanto a poche domande di spiccato valore nazional-popolare (es. in che anno la nazionale femminile di pallamano ha vinto il campionato mondiale) ne fioccano parecchie di tipo vetero-scolastico (chi ha scritto nel '700 la commedia "Jeppe på Bjerget"), e quindi privilegia le élites istruite a scapito delle classi popolari: il test è superato assai più facilmente dai lettori di Politiken o Information (97% di promossi) che da quelli di BT o Ekstrabladet (13% di bocciati).
Nessun problema nella pratica. Le 200 domande del test e le relative risposte sono disponibili online sul sito del ministero (www.nyidanmark.dk - cercare infødsretsprøve) ed il relativo opuscolo stampato costa 20 corone. Gli interessati potranno tranquillamente impararle a memoria (un po' come per il test sulla patente di guida). Se l'obiettivo però era quello di un test "formativo" che aiutasse ad orientarsi nel Paese di cui si otterrà la cittadinanza, sarebbe stato più utile porre domande di concreta utilità, come ad esempio le competenze dei diversi uffici pubblici (difficile per gli stranieri immaginarsi che in Danimarca, per attestati di nascita e morte, o per i funerali, ci si deve rivolgere alla Folkekirke, anche se si appartiene ad altre confessioni o non si è credenti).
Resta quindi la domanda su che senso abbia un test di questo tipo, con tutta l'organizzazione burocratica che si trascina dietro: probabilmente nessuno, se non quello di essere un costoso tributo alla sempre più soffocante ideologia nazionalista della destra danese (purtroppo condivisa anche da una parte dei socialdemocratici).
Ben più gravi sono altri "effetti collaterali" di questa ideologia: restrizioni fortissime al rilascio di permessi di soggiorno (es. la necessità di dimostrare di essere più legati alla Danimarca che al proprio Paese d'origine), leggi discriminatorie (la regola "dei 24 anni" che si stima avere costretto circa 5.000 coppie miste a trasferirsi da Copenhagen a Malmoe), limitazioni alle riunificazioni famigliari ed al diritto di asilo. Ma anche discriminazioni di fatto nell' accesso al lavoro.
Ed in Italia?
Apparentemente da noi le cose sono più facili... anche i bisnipoti di emigranti possono ottenere la nazionalità italiana, in aggiunta a quella del loro Paese di elezione, per il solo diritto di discendenza. Nessun test su chi ha scritto "La locandiera", nessun test linguistico... ma si presume una buona conoscenza della legislazione pensionistica (ai residenti in Brasile basta una settimana di contributi - anche figurativi - per accedere alle pensioni italiane e relative integrazioni al minimo).
Le cose cambiano quando invece che ai "diritti di sangue" si guarda a chi in Italia ci vive, ci lavora pagandovi le tasse, e magari ci è pure nato. La proposta del governo Prodi di abbassare a cinque anni il periodo di residenza per poter richiedere la cittadinanza sta affrontando l'iter parlamentare con mille cautele e tra gli strepiti della destra, ma almeno è un passo avanti nella giusta direzione.