Qualche onda nello stagno svedese
di Michela Dell'Anno
Grandi nuove dalla Svezia: pochi giorni fa, per bocca di due ex-ministre, i Socialdemocratici svedesi hanno finalmente fatto un importante mea culpa a proposito della recente sconfitta elettorale. Sarà perché proprio da poco è stato eletto il nuovo segretario del partito, Mona Sahlin – ultima candidata donna rimasta dopo diversi rifiuti, in particolare quello pesante di Margot Wallström – e sembra che una ventata d’aria nuova attraversi l’establishment della rosa rossa, sarà perché la figura del patriarca Persson ha ricevuto ulteriori picconate da un documentario, sotto forma di intervista fiume, prodotto dalla tv svedese e trasmesso in questi giorni, in cui il buon Göran, nel corso dei suoi anni da primo ministro, non si fa scrupolo di lanciare accuse, critiche, recriminazioni nei confronti di collaboratori e non e fa affermazioni che talvolta, pare, rasentano vere e proprie calunnie; qualcosa in ogni caso si sta muovendo.
E così, a distanza di vari mesi, i Socialdemocratici ammettono di avere grosse responsabilità nella campagna che li ha portati alla perdita della guida del paese: hanno sottovalutato la compattezza del blocco conservatore, non hanno saputo reagire davanti al fatto che i “nuovi Moderati” si sono appropriati di parti della politica socialdemocratica traendone grossi vantaggi, hanno sbagliato strategia in particolare per quanto riguarda la politica del lavoro e, soprattutto, si sono arroccati in una posizione difensiva, lodando e sostenendo fino all’ultimo il proprio operato come il migliore dei governi possibili, senza ammetterne le debolezze e promettere cambiamenti per il futuro. Un plauso a questo gesto che indica finalmente un ripensamento, un atto di umiltà e, speriamo, un rilancio per un partito che ora deve fare un’opposizione convincente.
E nel frattempo, il neonato governo, quali passi avanti ha fatto in questi primi sei mesi abbondanti di vita? Se si pensa ai progressi che compie un essere umano dalla nascita a sei mesi, ci si dovrebbe aspettare una crescita ed una maturazione sbalorditiva, ma il paragone si deve fermare qui perché evidentemente qualcosa è venuto a mancare al governo Reinfeldt già dai primi giorni. La famosa compattezza di vedute dei partiti dell’alleanza ha mostrato crepe quasi immediatamente e, dopo gli anni della leadership di Persson – onnipresente, debordante, autocelebrativa e patriarcale – sembra che il nuovo capo del governo abbia fatto un fioretto promettendo di essere l’estremo opposto: invisibile, silenzioso, umile ed operante nell’ombra più totale. Certo, lasciare spazio a collaboratori ed alleati può essere positivo, a meno che questi inizino a prendersi pericolose libertà e compiere curiose deviazioni dal programma comune, come ad esempio il capo dei Cristiano Democratici, oppure conquistino le luci della ribalta mediatica grazie alla loro colorita personalità e ad una serie di preoccupanti scandali a base di conflitti d’interesse, come il Ministro degli Esteri Bildt.
Certo, la congiuntura economica continua ad essere molto positiva, il mercato del lavoro sembra dare segni di vita (ma non può certo essere già il frutto delle nuove misure prese), eppure già solo l’introduzione delle famose nuove, severe regole relative alla cassa disoccupati – presentate chiaramente già in campagna elettorale, va detto – sembra abbia fatto perdere alla destra l’appoggio popolare, con un vero crollo nei sondaggi d’opinione.
Qualcosa si muove, dunque: chissà che da qui alle prossime elezioni la politica svedese non diventi quasi uno stimolante ed interessante campo di confronto piuttosto che un tranquillo laghetto melmoso in un giorno senza vento.