Friday, May 2, 2008

La flexicurity e la pigrizia

di Fabrizio Tassinari

Su questo numero della prestigiosa rivista americana Foreign Affairs c’è un articolo a mio parere interessante di Robert Kuttner intitolato “The Copenhagen Consensus”.

Attraverso dati ed interviste a sindacalisti, politici ed industriali danesi, l’autore ripercorre le ragioni storiche e politiche del modello danese ed in particolare della “flexicurity“, il risultato piu’ evidente di un consenso propriamente scandinavo che coniuga un mercato del lavoro altamente flessibile con generosi ammortizzatori sociali.

In periodi di campagna elettorale, in Europa come in Nord America, capita spesso a politici ed intellettuali di lanciarsi in paralleli fra il modello danese e quelli dei loro stati di appartenenza. È successo anche in Italia durante le elezioni precedenti (qui e qui), meno in questa, triste ultima tornata.

A queste proposte, solitamente, seguono una serie di distinguo: si possono importare aspetti della flexicurity, ma non tutto; gli italiani non pagherebbero mai il 50% di tasse, etc. Ecco Kuttner ha, a mio modo di vedere provocatoriamente, sintetizzato questi e dozzine di altri possibili distinguo con due parole: “path dependence.”

“Path dependence” è quel concetto utilizzato dagli economisti dello sviluppo per indicare una sorta di abitudine, ed anche pigrizia, che ci porta a prendere determinate decisioni e ripeterle, anche se magari sappiamo non essere le migliori. Per usare un suo esempio, “path dependence” è il motivo per il quale molti consumatori continuano a comprare i computer targati Microsoft anche se sanno che quelli Apple funzionano meglio.

Secondo Kuttner questo è lo stesso meccanismo che ostacola riforme strutturali in senso “scandinavo” in altri paesi dell’Europa e in Nord America. Teoricamente sia governanti (in buona fede) che contribuenti (onesti) sono consapevoli della bontà dello stato sociale scandivavo. Ma convinti che in Scandinavia questa esperienza sia frutto di circostanze culturali, storiche e sociali uniche e irripetibili, rinunciano ad introdurre anche elementi di quel modello, e fondamentalmente si ostinano a lavorare su quello che hanno.

Onestamente, la devo ancora digerire; ma mi sembra una tesi che meriti di essere ponderata.

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Friday, April 18, 2008

L’atollo Scandinavo

di Flavio Serra

Negli anni ‘70 in uno sperduto atollo del Pacifico venne trovato un soldato giapponese, credeva che la seconda guerra mondiale fosse ancora in corso; tutto sommato la sua era una valutazione razionale, dato che spesso vedeva passare sulla sua testa i bombardieri americani, li immaginava diretti contro il Giappone e non poteva sapere che volavano verso il Vietnam.

Quando si guarda ai risultati delle elezioni politiche 2008 prendendo in considerazione il voto degli Italiani in Europa e soprattutto in Scandinavia, il paragone viene spontaneo. Votiamo sulla base delle nostre esperienze, che ci danno anche la chiave di interpretazione della realtà, e forse ormai siamo condizionati dalla (social)democrazia scandinava anche quando pensiamo all’Italia. Come interpretare altrimenti i risultati, in cui le forze “riformiste” e “di sinistra” superano i due terzi dei voti in Danimarca Norvegia e Svezia?






Camera Italia Europa Danimarca Norvegia Svezia
Partito Democratico 33,2% 40,2% 43,4% 51,4% 50,5%
Italia dei Valori 4,4% 8,2% 10,6% 7,7% 7,1%
Sinistra Arcobaleno 3,1% 4,2% 9,3% 9,4% 6,9%
Partito Socialista 1,0% 3,2% 1,5% 1,7% 2,0%
Sinistra Critica 0,5% 1,2% 2,1% 3,3% 1,2%
Totale 42,1% 56,9% 66,9% 73,5% 67,7%

Eletti: Laura Garavini, Franco Narducci, Giovanni Farina (per il PD) e Antonio Razzi (per IdV)






Senato Italia Europa Danimarca Norvegia Svezia
Partito Democratico 33,7% 41,1% 45,6% 50,3% 50,8%
Italia dei Valori 4,3% 8,2% 11,1% 8,7% 7,7%
Sinistra Arcobaleno 3,2% 4,1% 7,4% 8,7% 7,0%
Partito Socialista 0,9% 3,2% 1,2% 1,5% 1,1%
Sinistra Critica 0,4% 1,3% 2,3% 3,3% 2,1%
Totale 42,5% 57,8% 67,6% 72,6% 68,5%

Eletto: Claudio Micheloni (PD)

Se l’Europa complessivamente è “a sinistra”, ancora di più lo è la Scandinavia. La Sinistra Arcobaleno qui raccoglie il doppio dei voti rispetto all’Europa, ed anche Sinistra Critica, la formazione più radicale, allo 0,4% in Italia ed all’1% in Europa, è sempre sopra il 2%.

Ma forse, come alcuni hanno commentato altrove nel sito, ormai è sbagliato (in Italia) parlare di “destra” e “sinistra”. L’Italia politicamente esce da queste elezioni molto più simile agli USA che all’Europa. Veltroni, “americano” da sempre, pur lontano dai numeri per governare, ha coronato il suo progetto strategico. Molti di noi in Europa faticano a capire.

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Tuesday, April 15, 2008

Sconfitta, disfatta o apocalisse?

La destra riprende il governo con una vittoria di proporzioni molto ampie. I partiti che si richiamano alla sinistra sono fuori dal Parlamento. Apriamo qui uno spazio per i commenti sul risultato di ieri, ma soprattutto sulle idee per il domani, delle quali abbiamo grande bisogno.
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Thursday, March 27, 2008

Il rovescio dell’inciucio

di Fabrizio Tassinari

Immagina che Fausto Bertinotti dica ad un gruppo fondamentalista di musulmani residenti in Italia di “andare all’inferno.” Immagina che a causa di questa e simili esternazioni i sondaggi gli attribuiscano una percentuale di voti pari o superiore al Pd. E immagina anche che la Sinistra arcobaleno vada a togliere consensi ad un partito molto popolare di estrema destra, una specie di mostro di Frankenstein a metà fra la Lega e La Destra di Storace.

Trasposto all’Italia, questo è, per grosse linee, lo sviluppo più significativo nella politica danese dell’ultimo mese. Evito di tradurre nomi, cognomi e sigle; quello che è interessante è a mio parere immaginare uno scenario italiano comparabile e, attraverso quello, capire dove sta andando l’agone politico, o perlomeno la comunicazione politica.

Il compromesso è un’arte sottile e profondamente radicata nella cultura dialettica dell’Europa settentrionale. Piuttosto che al ribasso, è generalmente visto come qualcosa ‘al rialzo’, frutto della sintesi e dell’abilità di saper assorbire e rielaborare costruttivamente le critiche.

La comunicazione politica in Italia, come sappiamo, è perdutamente polarizzata; basta leggere fra le righe di questa campagna elettorale. Nelle prime settimane, una discussione relativamente pacata fra i partiti maggiori aveva fatto agitare immediatamente lo spettro dell’inciucio–non esattamente il sinonimo di una sintesi al rialzo. E la critica più irriverente, perchè probabilmente credibile, a Veltroni è quella del buonismo ‘ma-anchista’. Ora sembra essere tornati al caro vecchio ‘manicheismo’, al muro contro muro senza troppa soluzione di continuità.

Mi risparmio la conclusione facile e forse logica che la politica nordica avrebbe più bisogno di scontro vero, e quella italiana di compromessi più alti. Mi limito ad osservare il paradosso di un paese come la Danimarca che sembra assuefatto al compromesso, e di un multiculturalismo per molti versi fuori controllo apparentemente necessario a farla risvegliare dal torpore della dialettica politically correct.

Per quanto riguarda l’Italia, evito di addentrarmi in considerazioni fantapolitiche su Grosse Koalition o governi tecnici in caso di pareggio. Mi domando che fine abbia fatto l’abilità della nostra classe politica di comprendere le potenzialità a lungo termine della politica bipartizan, specialmente in fasi come quella attuale, in cui la crisi delle istituzioni e lo stato malandato dell’economia richiederebbero scelte concordate.

E mi limito a ricordare che è stato appena celebrato il trentennale del rapimento di uno statista che per il ‘compromesso storico’ finì col pagare il prezzo più alto.

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Tuesday, March 18, 2008

Voto (in)utile?


di Flavio Serra, Livia Petersen, Michela Dell’Anno

Sappiamo bene che il nostro voto “vale” nella misura in cui ci consente di “scegliere” o quanto meno, più o meno remotamente, di influenzare le scelte politiche italiane. Spesso però ci dimentichiamo che il sistema elettorale in vigore per noi residenti all´estero è diverso da quello in vigore in Italia (siamo una nazione che ama le complicazioni). La differenza è così notevole, che vale la pena rifletterci un attimo prima di decidere il nostro voto.

Innanzitutto il Senato. È qui che le maggioranze possono saltare, e qui che un senatore in più o meno può fare la differenza. Vero, ma non in Europa.

La nostra circoscrizione infatti elegge 2 senatori con un sistema proporzionale. Questo significa che i senatori eletti saranno 1 per il PDL e 1 per il PD, a meno che la lista più forte consegua una maggioranza schiacciante, e contemporaneamente distanzi enormemente la lista seconda classificata (assai improbabile quest’ anno). Sostanzialmente nulle le chances di tutte le altre liste.

Al Senato quindi qualsiasi lista votiamo, è improbabile che i risultati cambino. Più che di voto “utile” possiamo quindi parlare di voto “inutile” a meno che… usiamo il nostro voto per cercare di premiare un candidato (o meglio ancora una candidata) all´interno della lista del PD. Questo è possibile, perchè all’ estero resta la possibilità di esprimere il voto di preferenza (che in Italia è stato abolito). Il voto al PD al Senato è una scelta più o meno obbligata (la meno inutile), quindi scegliamo bene chi votare!

E la Camera? Qui i giochi si fanno tutti in Italia. La lista che prende più voti (in Italia - l’estero non conta) ottiene automaticamente il 55% dei seggi. Voilà. Il nostro voto in Europa è inutile anche ai fini della scelta della maggioranza parlamentare e di governo della prossima legislatura. Ma forse per questo è più libero, e può acquistare un inaspettato valore per garantire un “diritto di tribuna” alle forze minori.

In Europa eleggiamo 6 deputati, con sistema proporzionale e voto di preferenza. Per come funziona il sistema, possiamo ragionevolmente aspettarci che 2 deputati a testa vengano assegnati in prima battuta a PD e PDL, mentre gli altri 2 verranno attribuiti con il sistema dei resti. È difficile predire chi li otterrà, ma si può ragionevolmente ipotizzare che le liste in lizza per i resti saranno, oltre agli stessi PD e PDL, la Sinistra Arcobaleno, Italia dei Valori e UDC, vale a dire 5 liste per 2 seggi.

Senza entrare nei dettagli dei calcoli, si può stimare che per ottenere il terzo deputato PD e/o PDL debbano raccogliere intorno al 40% dei voti. Possibile, ma lo scenario più probabile è che a disputarsi gli ultimi 2 seggi siano le liste minori. In altre parole, diventa molto importante che sia la Sinistra Arcobaleno sia Italia dei Valori raccolgano più voti dell’UDC.

“A livello tecnico” è quindi interessante l´opzione di un voto disgiunto: PD al Senato, Sinistra Arcobaleno o Italia dei Valori alla Camera.

Ma questa scelta ha anche un preciso significato politico: vuol dire ribadire il nostro sostegno ad una coalizione tra le forze riformiste e di sinistra, che era stata realizzata con l’Unione, e che continuiamo a ritenere possibile ed auspicabile per il governo dell’Italia.

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Saturday, March 15, 2008

Le liste dei candidati in Europa

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Queste le liste alla Camera (nell’ordine nel quale le troveremo sulla scheda):

1. Popolo della Libertà
2. La Destra
3. Partito Democratico
4. Sinistra Arcobaleno
5. Partito Socialista
6. Unione di Centro
7. Sinistra Critica
8. L’Altra Sicilia per il Sud
9. Italia dei Valori
10. Valori e Futuro

Stesse liste al Senato, salvo l’assenza dei monarchici di “Valori e Futuro”.

E questi sono i candidati delle liste riformiste e di sinistra:

Partito Democratico - clicca qui per la lista
Parlamentari uscenti ricandidati: Narducci (Camera), Farini (Camera), Micheloni (Senato)

la Sinistra - l’Arcobaleno - clicca qui per la lista
Parlamentari uscenti ricandidati: Cassola (Camera)

Partito Socialista
- clicca qui per la lista

Sinistra critica - (la lista per ora non è reperibile su siti direttamente collegati alla formazione, quindi va presa con beneficio d’inventario):
Senato: Lucia Mastropietro e Orazio Orlando
Camera: Archelao Urracci Giovanni, Santo Bruno, Elda Maria Carmina, William Diana, Vincenzo Elia, Alessandro Giovanni Frigeri, Anna Miglietta, Salvatore Pistis, Cosima Politi, Saverio Pesce, Giuseppe Tedesco, Pietro Vitale

Italia dei Valori
- clicca qui per la lista
Parlamentari uscenti ricandidati: Razzi (Camera)

Infine, spunta una candidata residente in Danimarca… nientepopodimenoche… Grazia Mirabelli… la “duce” del Comites ora arricchisce la lista de La Destra (i neo-post-fascisti di Storace). Il che la dice lunga sia sulla lista che sulla candidata.

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Monday, March 10, 2008

Bacheca elettorale

Siamo stati muti a lungo. Difficile capire cosa è successo in Italia, perchè siamo ritornati alle elezioni, perchè l’alleanza del PD e della sinistra sono venute meno. Per questo siamo ancora un po’ a disagio nel dare i nostri commenti e le nostre interpretazioni. Però avvertiamo un forte bisogno di confrontarci sulle scelte che ciascuno di noi farà alle prossime elezioni, e così abbiamo deciso di aprire questo spazio. Voi per chi voterete? E perchè?

La redazione.

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Wednesday, November 14, 2007

Palla al centro, le ali vanno in gol.

di Flavio Serra

In Danimarca, come in Gran Bretagna, le elezioni anticipate non sono sinonimo di crisi del governo, al contrario in genere vengono convocate proprio quando la maggioranza al governo pensa di avere buone chance di riconfermare o aumentare i propri voti.

Quando meno di un mese fa il premier Anders Fogh Rasmussen decise di convocare le elezioni, a poco più di due anni dalle precedenti, aveva sicuramente la speranza di fare una tranquilla passeggiata: il piccolo partito della sinistra radicale (Enhedslisten) era in crisi a causa della cooptazione nell’ esecutivo di una giovane mussulmana favorevole alla Sharia ed alla pena di morte, i tradizionali alleati di centrosinistra Socialdemocratici e Radicali divisi su molti fronti, il nuovo partito Nuova Alleanza (nato da una scissione dei Radicali ma a cerca di consensi nel centro-destra) era ancora in fase di strutturazione.

Le elezioni si sono invece rivelate più competitive: Socialdemocratici e Radicali si sono ricompattati, l’ affluenza al voto è stata molto elevata, il risultato è stato in bilico fino alla vigilia.

E se oggi Anders Fogh può tirare un sospiro di sollievo (sarà ancora primo ministro), il suo partito arretra ancora e la maggioranza è più risicata di prima: a fronte di una maggioranza di 91 mandati, il blocco di governo ottiene 89 voti (erano 94) contro 81 del centrosinistra, ma potrà certamente contare su 1 o 2 mandati dei rappresentanti delle isole Faroer e assai probabilmente sui 5 mandati di Nuova Alleanza.

Se si guarda al di là del risultato contingente però, il vero perdente è il “centro” di destra come di sinistra. Venstre (il partito di Anders Fogh) perde 6 mandati, i Socialdemocratici ne perdono 2 (il peggior risultato dal 1906, ma si rallegrano pensando che poteva andare peggio), i Radicali ne perdono addirittura 8.

La cosa è abbastanza comprensibile: nonostante i tentativi propagandistici di differenziarsi, questi partiti sono d’ accordo su quasi tutto, anche se per ragioni storiche si muovono in una netta ottica bipolare (dove anche gli irrequieti radicali tornano sempre all’ovile). Gli elettori hanno quindi premiato chi ha saputo differenziarsi con richieste più chiare all’ interno di entrambi gli schieramenti. In altre parole:

Il Centro (Venstre/ Socialdemocratici/ Radicali) -16 mandati: no all’ aumento delle tasse, sì al welfare, sì al settore pubblico, sì all’Europa, sì a politiche restrittive sull’ immigrazione con lievissimi ritocchi.

La sinistra (Partito Socialista Popolare/ Enhedslisten) +10 mandati: migliorare i servizi pubblici, tassare le multinazionali, rivedere le norme più discriminatorie sull’immigrazione, ni all’Europa

I conservatori (Partito Popolare Conservatore/ Nuova Alleanza) +5 mandati: abbassare le tasse, rivedere le norme più discriminatorie sull’immigrazione (le aziende hanno bisogno di braccia), sì all’Europa.

La destra xenofoba (Partito Popolare Danese) +1 mandato: mantenere le norme discriminatorie anti-immigrazione, ghettizzare le minoranze etniche, mantenere il welfare (per i danesi doc), premiare economicamente i propri elettori (aumento degli assegni sociali per gli anziani), no all’Europa.

Difficile immaginare grandi sconquassi nei prossimi anni: forse qualche marginale ritocco in riduzione delle tasse (peraltro le più alte in Europa e forse nel mondo), qualche marginale ritocco alle politiche sull’immigrazione, qualche piccolo premio agli elettori della destra xenofoba.

Ma anche buone notizie: quasi sicuramente la Danimarca non farà un referendum sul trattato Europeo, che il centro-sinistra sarebbe stato tentato di indire (e di perdere, facendo entrare in crisi tutto il continente).

Inoltre, se le promesse fatte da tutti i partiti verranno mantenute, una maggioranza oceanica approverà consistenti investimenti per lo sviluppo delle fonti rinnovabili di energia, dove già oggi la Danimarca si posiziona ai primi posti nel mondo. La bandiera dell’ ambientalismo infatti è stata raccolta dai Conservatori, e viene sventolata anche da Venstre.

In Italia, nel frattempo…

Eh no, stavolta il raffronto ce lo risparmiamo, e restiamo raccolti nel nostro amaro silenzio…

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Sunday, April 15, 2007

Invasione aliena in Danimarca

di Flavio Serra

L’”invasione degli ultracorpi” è un film cult degli anni ‘50 che racconta l’invasione di una cittadina americana da parte di esseri spaziali che copiano perfettamente gli abitanti ai quali si sostituiscono durante il sonno. Il film, che dette vita ad un filone, venne spesso interpretato come un richiamo subliminale maccartista (messaggio: il tuo vicino potrebbe non essere un tranquillo americano ma un pericoloso infiltrato sinistroide).

Come leggere allora i risultati del “test di danesità” messo a punto dal Ministero per l’ Integrazione danese, per mettere alla prova chi richiede la cittadinanza danese e recentemente varato tra mille polemiche (con la sostituzione in corsa di due domande e la modifica di formulazione e risposte di altre 22 domande su un totale di 200)?

Secondo una ricerca fatta dall’ istituto Userneeds per il quotidiano Jyllands Posten e pubblicata a puntate  il 7 ed il 13 aprile 2007 risulta infatti che circa il 7% dei danesi messo alla prova non è in grado di superare il test. Invasori alieni in Danimarca? La lettura integrale dei risultati offre anche spunti divertenti, ad esempio quando i “bocciati” sono divisi per partito di riferimento.

I più “danesi” (98% di promossi) risultano gli elettori del partito radicale (il più accanito oppositore delle riforme anti-immigrazione), mentre i nazionalisti xenofobi del Danske Folkeparti, entusiasti in merito all’ introduzione del test, si rivelano  in grave difficoltà quando si tratta di superarlo (tra le loro fila i bocciati sono il 12%).

Il fatto è che il test è semplicemente una prova di tipo nozionista, ed accanto a poche domande di spiccato valore nazional-popolare (es. in che anno la nazionale femminile di pallamano ha vinto il campionato mondiale) ne fioccano parecchie di tipo vetero-scolastico (chi ha scritto nel ‘700 la commedia “Jeppe på Bjerget”), e quindi privilegia le élites istruite a scapito delle classi popolari: il test è superato assai più facilmente dai lettori di Politiken o Information (97% di promossi) che da quelli di BT o Ekstrabladet (13% di bocciati).

Nessun problema nella pratica. Le 200 domande del test e le relative risposte sono disponibili online sul sito del ministero (www.nyidanmark.dk - cercare infødsretsprøve) ed il relativo opuscolo stampato costa 20 corone. Gli interessati potranno tranquillamente impararle a memoria (un po’ come per il test sulla patente di guida).  Se l’obiettivo però era quello di un test “formativo” che aiutasse ad orientarsi nel Paese di cui si otterrà la cittadinanza, sarebbe stato più utile porre domande di concreta utilità, come ad esempio le competenze dei diversi uffici pubblici (difficile per gli stranieri immaginarsi che in Danimarca, per attestati di nascita e morte, o per i funerali, ci si deve rivolgere alla Folkekirke, anche se si appartiene ad altre confessioni o non si è credenti).

Resta quindi la domanda su che senso abbia un test di questo tipo, con tutta l’organizzazione burocratica che si trascina dietro: probabilmente nessuno, se non quello di essere un costoso tributo alla sempre più soffocante ideologia nazionalista della destra danese (purtroppo condivisa anche da una parte dei socialdemocratici).

Ben più gravi sono altri “effetti collaterali” di questa ideologia: restrizioni fortissime al rilascio di permessi di soggiorno (es. la necessità di dimostrare di essere più legati alla Danimarca che al proprio Paese d’origine), leggi discriminatorie (la regola “dei 24 anni” che si stima avere costretto circa 5.000 coppie miste a trasferirsi da Copenhagen a Malmoe), limitazioni alle riunificazioni famigliari ed al diritto di asilo. Ma anche discriminazioni di fatto nell’ accesso al lavoro.

Ed in Italia?

Apparentemente da noi le cose sono più facili… anche i bisnipoti di emigranti possono ottenere la nazionalità italiana, in aggiunta a quella del loro Paese di elezione, per il solo diritto di discendenza. Nessun test su chi ha scritto “La locandiera”, nessun test linguistico… ma si presume una buona conoscenza della legislazione pensionistica (ai residenti in Brasile basta una settimana di contributi - anche figurativi - per accedere alle pensioni italiane e relative integrazioni al minimo).

Le cose cambiano quando invece che ai “diritti di sangue” si guarda a chi in Italia ci vive, ci lavora pagandovi le tasse, e magari ci è pure nato. La proposta del governo Prodi di abbassare a cinque anni il periodo di residenza per poter richiedere la cittadinanza sta affrontando l’iter parlamentare con mille cautele e tra gli strepiti della destra, ma almeno è un passo avanti nella giusta direzione.

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Sunday, April 8, 2007

Qualche onda nello stagno svedese

di Michela Dell’Anno

Grandi nuove dalla Svezia: pochi giorni fa, per bocca di due ex-ministre, i Socialdemocratici svedesi hanno finalmente fatto un importante mea culpa a proposito della recente sconfitta elettorale. Sarà perché proprio da poco è stato eletto il nuovo segretario del partito, Mona Sahlin – ultima candidata donna rimasta dopo diversi rifiuti, in particolare quello pesante di Margot Wallström – e sembra che una ventata d’aria nuova attraversi l’establishment della rosa rossa, sarà perché la figura del patriarca Persson ha ricevuto ulteriori picconate da un documentario, sotto forma di intervista fiume, prodotto dalla tv svedese e trasmesso in questi giorni, in cui il buon Göran, nel corso dei suoi anni da primo ministro, non si fa scrupolo di lanciare accuse, critiche, recriminazioni nei confronti di collaboratori e non e fa affermazioni che talvolta, pare, rasentano vere e proprie calunnie; qualcosa in ogni caso si sta muovendo.

E così, a distanza di vari mesi, i Socialdemocratici ammettono di avere grosse responsabilità nella campagna che li ha portati alla perdita della guida del paese: hanno sottovalutato la compattezza del blocco conservatore, non hanno saputo reagire davanti al fatto che i “nuovi Moderati” si sono appropriati di parti della politica socialdemocratica traendone grossi vantaggi, hanno sbagliato strategia in particolare per quanto riguarda la politica del lavoro e, soprattutto, si sono arroccati in una posizione difensiva, lodando e sostenendo fino all’ultimo il proprio operato come il migliore dei governi possibili, senza ammetterne le debolezze e promettere cambiamenti per il futuro. Un plauso a questo gesto che indica finalmente un ripensamento, un atto di umiltà e, speriamo, un rilancio per un partito che ora deve fare un’opposizione convincente.

E nel frattempo, il neonato governo, quali passi avanti ha fatto in questi primi sei mesi abbondanti di vita? Se si pensa ai progressi che compie un essere umano dalla nascita a sei mesi, ci si dovrebbe aspettare una crescita ed una maturazione sbalorditiva, ma il paragone si deve fermare qui perché evidentemente qualcosa è venuto a mancare al governo Reinfeldt già dai primi giorni. La famosa compattezza di vedute dei partiti dell’alleanza ha mostrato crepe quasi immediatamente e, dopo gli anni della leadership di Persson – onnipresente, debordante, autocelebrativa e patriarcale – sembra che il nuovo capo del governo abbia fatto un fioretto promettendo di essere l’estremo opposto: invisibile, silenzioso, umile ed operante nell’ombra più totale. Certo, lasciare spazio a collaboratori ed alleati può essere positivo, a meno che questi inizino a prendersi pericolose libertà e compiere curiose deviazioni dal programma comune, come ad esempio il capo dei Cristiano Democratici, oppure conquistino le luci della ribalta mediatica grazie alla loro colorita personalità e ad una serie di preoccupanti scandali a base di conflitti d’interesse, come il Ministro degli Esteri Bildt.

Certo, la congiuntura economica continua ad essere molto positiva, il mercato del lavoro sembra dare segni di vita (ma non può certo essere già il frutto delle nuove misure prese), eppure già solo l’introduzione delle famose nuove, severe regole relative alla cassa disoccupati – presentate chiaramente già in campagna elettorale, va detto – sembra abbia fatto perdere alla destra l’appoggio popolare, con un vero crollo nei sondaggi d’opinione.

Qualcosa si muove, dunque: chissà che da qui alle prossime elezioni la politica svedese non diventi quasi uno stimolante ed interessante campo di confronto piuttosto che un tranquillo laghetto melmoso in un giorno senza vento.

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